
E’ di gran lunga il festival viterbese che più ha saputo far parlare di sé in città. Da quando il suo direttore artistico Filippo Rossi è entrato in politica, scalando Palazzo dei Priori, “apriti cielo”. Stiamo parlando di Caffeina, appuntamento letterario giunto alla sua ottava edizione. Abbiamo seguito qualche evento, abbiamo partecipato allo “struscio” praticamente tutte le sere e soprattutto tenuto le orecchie dritte.
La frase più banale, quella che sapeva tanto di leggenda, esiste davvero: “Viterbo dovrebbe essere sempre come quando c’è Caffeina”. L’ha pronunciata a pochi metri dallo scrivente un dodicenne alla madre. Caffeina conferma quello che è il suo fascino e la sua natura: un evento d’intrattenimento, utile per fornire spunti e stimoli. Questo non per tutti però, piuttosto per una parte dei frequentatori dell’appuntamento. Quanti sono possono agevolmente dircelo gli organizzatori, basta contare i biglietti venduti. Il resto è rappresentato dal popolo degli “strusciatori”, quelli per i quali Caffeina è un dedalo di passeggiate che si intrecciano per le vie del centro storico.
L’afflusso di pubblico ha fluttuato parecchio. Si è andati da situazioni di ultrapieno, come la serata conclusiva con Sgarbi, a eventi minori che hanno faticato parecchio a fermare qualcuno sulle sedie. Tutto nella norma, comunque. Sarebbe pesante e inutile pubblicare foto di appuntamenti con poco pubblico e francamente non ce ne può fregare di meno. L’edizione 2014 la migliore di sempre? Questo hanno dichiarato dal Caffeina – team. Siamo d’accordo? No. Di edizioni migliori se ne sono viste, eccome. Certo che una valutazione oggettiva non può venire da chi ha partorito il tutto. “Ogni scarrafone è bello a mamma sua”.
L’edizione 2014 è comunque stata di grande importanza. Dopo le tante chiacchiere fatte in questi mesi, tutto il veleno versato nell’ambiente culturale cittadino, la gara dei festival a fare le prime donne e il battere cassa costante di alcuni, neanche Palazzo dei Priori fosse un bancomat (Delli Iaconi docet), Caffeina è nuda. E’ un pezzo, dignitoso e importante, dell’offerta ludico-culturale di Viterbo. Niente di più, niente di meno.
Non porta turisti da Marte, non li porta da Cina, Brasile o Europa. Che senso avrebbe venire a un festival letterario di italiani e tutto in italiano? Non porta – questo ci dicono gli albergatori (chiunque ha dati diversi ce li mostri e li pubblicheremo con grande riguardo) – turisti da posti d’Italia lontani. Che senso avrebbe per un ligure venire a Viterbo quando a Sarzana ha il ‘Festival della Mente’? O per un lombardo venirci a trovare quando a Mantova c’è il Festival della Letteratura di Mantova? Dov’è l’unicità che dovrebbe muovere popoli lontani? Al più ci viene gente dai paesi della Tuscia, qualcuno dalla bassa Umbria e sparuti da Civitavecchia. Poi possono esserci tutte le eccezioni del caso, ma numericamente comunque poco impattanti.
Numeri. Non abbiamo visto le 450mila persone annunciate. Non c’erano. Se qualcuno ha prove per dimostrare questo numero enorme le mostri. Insomma 450mila è una cifra imbarazzante, che non sta né in cielo né in terra. A cosa serve? A sembrare più grandi? Questo non fa bene a nessuno, neppure a Caffeina. Ora che il “festival più grande” della scena viterbese è nudo, ricondotto alla realtà da quello che ha saputo mostrare negli appena trascorsi dieci giorni, si approcci un discorso sensato sul sistema della cultura viterbese.
Chi siede oggi nel palazzo e ieri, a capo di una semplice associazione, ha fatto nascere Caffeina si batta per assicurare alle associazioni operative sul territorio quel sostegno che la sua passata associazione ha avuto la fortuna di ricevere. Si scagli contro chi parla di “sottocultura” e faccia battere Viva Viterbo affinché l’amministrazione aumenti il budget investito in cultura. Budget che deve essere utile alle realtà consolidate, alle realtà minori che agiscono nella quotidianità e a quanti vorranno entrare in questo settore. Un territorio è civile quando si impedisce “ai padri di mangiarsi i figli”. Forse sarebbe il caso di scrivere una ‘Carta di Pianoscarano’ piuttosto che adottare quella di Pisa.


















