

STORIE – C’è una linea sottile che unisce la Tuscia più profonda alla grande cultura europea del Novecento. Non passa per le capitali, né per i luoghi del potere, ma per una sensibilità, un modo di guardare il tempo, la memoria, l’anima delle cose. È lungo questa linea che si colloca la figura di Bonaventura Tecchi, nato a Bagnoregio nel 1896 e divenuto uno dei più raffinati intellettuali italiani del secolo
scorso.
La sua è una storia che parte da un piccolo centro della Tuscia e si apre al mondo. E forse proprio qui sta la sua attualità: in un tempo in cui le periferie cercano un ruolo, Tecchi dimostra che si può essere profondamente radicati e, allo stesso tempo, autenticamente europei. La svolta della sua vita arriva con la Prima guerra mondiale. Fatto prigioniero in Germania, entra in contatto diretto con una cultura che non lo abbandonerà più. Da quell’esperienza nasce il germanista, il traduttore, il mediatore culturale. Tecchi studia e porta in Italia autori come Johann Wolfgang von Goethe, Thomas Mann e Rainer Maria Rilke, contribuendo a costruire un ponte tra due mondi che, soprattutto nel Novecento, avevano bisogno di comprendersi.
Ma ridurre Tecchi a un semplice studioso sarebbe un errore. È stato anche uno scrittore capace di entrare nelle pieghe dell’esistenza umana, di raccontare il tempo che passa, le inquietudini interiori, il senso spesso sfuggente della vita. Nei suoi romanzi – da Gli egoisti a Valentina Velier – non troviamo trame gridate, ma un continuo interrogarsi sul destino dell’uomo. In questo, la sua opera appare oggi sorprendentemente moderna. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla superficie, Tecchi invita alla profondità. Dove oggi prevale la frammentazione, lui cerca unità. Dove domina il rumore, lui costruisce silenzio e riflessione. E poi c’è il legame con la sua terra. Bagnoregio, Civita, la Tuscia non sono semplici sfondi, ma matrici interiori. In quei paesaggi si forma uno sguardo che accompagnerà tutta la sua produzione: il senso della storia, la percezione di un tempo lungo, quasi indefinito, che non si lascia afferrare ma si intuisce. È lo stesso sentimento che attraversa molti borghi della nostra provincia, sospesi tra passato e presente.
Non è un caso che Tecchi sia stato anche al centro di relazioni culturali significative, come quella con Clarice Tartufari, oggi oggetto di rinnovata attenzione grazie al lavoro di studio e pubblicazione delle loro corrispondenze. Un dialogo che non è solo letterario, ma umano, fatto di sensibilità comuni e di uno stesso radicamento nei luoghi dell’Italia centrale. Riscoprire Bonaventura Tecchi oggi non è un’operazione nostalgica. È, piuttosto, un modo per rimettere al centro una domanda fondamentale: che rapporto abbiamo con il tempo, con la memoria, con il senso della nostra esistenza? Per la Tuscia, può essere anche qualcosa di più. Può diventare un’occasione culturale concreta: itinerari letterari tra Bagnoregio e Viterbo, incontri, riletture pubbliche, percorsi nelle scuole e all’Università della Tuscia. Un modo per trasformare una figura troppo spesso dimenticata in una risorsa viva, capace di parlare alle nuove generazioni.
Perché, in fondo, la lezione di Tecchi è semplice e potente: non esistono luoghi piccoli, se lo sguardo è grande.


















