

EDITORIALE – Benvenuti nell’era del centrodestra liquido. Quella formula sociologica che Bauman coniò per i rapporti umani, per le nostre esistenze precarie e sfuggenti, ha trovato a Viterbo e provincia la sua applicazione plastica, quasi manualistica. Siamo alla grande frantumazione: il passaggio definitivo dallo stato solido – quello delle coalizioni granitiche, dei tavoli romani, della disciplina di partito – a quello liquido, dove tutto scorre, tutto cambia forma a seconda del contenitore e niente dura più di una stagione elettorale. Chissà, verrebbe da dire guardando le tabelle dei voti, se prima o poi si arriverà direttamente alla sublimazione, allo stato gassoso, dove della politica rimarrà solo l’odore dello zolfo (mefistofelico) e un vago ricordo.
Se dobbiamo cercare l’anno zero di questa mutazione genetica, l’incipit del caos, dobbiamo riavvolgere il nastro e tornare alla caduta notarile dell’amministrazione Arena. Quella “notte dei lunghi coltelli” che defenestrò, come se Viterbo fosse una piccola Praga e Palazzo dei Priori il teatro di una defenestrazione in piena regola, il povero Giovanni. Lì si è rotto il giocattolo. Lì si è aperto il vaso di Pandora. Da quel momento in poi – sì, si può dire, usiamo il termine tecnico – è iniziato un gran casino.
Un cortocircuito continuo, dove la bussola ideologica è stata felicemente rottamata. Basterebbe pensare allo stesso Arena, l’ex sindaco azzurro per eccellenza, ritrovato tempo dopo candidato a sostegno di una candidata sindaco del Partito Democratico. Ma il capolavoro del surrealismo politico si è consumato e si consuma nell’epopea di via Saffi, con il Palazzo della Provincia progressivamente trasformato in una sorta di sala cubista della politica locale: prospettive ribaltate, geometrie impossibili, dove destra e sinistra si scompongono e si ricompongono a seconda dell’inquadratura e della convenienza del momento.
L’ultimo capitolo di questa saga della fluidità va in scena a Civita Castellana. Qui siamo alla scissione atomica. Da un lato Fratelli d’Italia, arroccata a difesa del sindaco uscente Luca Giampieri, dall’altro il resto del mondo (leggi: il resto del centrodestra) schierato contro. Una faida interna che ha prodotto le macerie del primo turno e il rinvio della pratica al ballottaggio.
Eppure, proprio mentre a Civita si consumava il parricidio politico, a Palazzo Gentili – quasi in contemporanea, nel giorno dello spoglio – andava in onda il contromovimento, il quasi colpo di scena. Proprio lì, dove la Lega all’ultimo voto per il consiglio provinciale era rimasta a fauci asciutte, esclusa e digiuna, ecco che i destini si incrociano di nuovo. Fratelli d’Italia e il Carroccio si riscoprono alleati, uniti in un asse che fino a ventiquattr’ore prima sembrava fantascienza.
Si dividono nei comuni, si sommano in Provincia. Si combattono a Civita, si stringono la mano a Viterbo. È la politica molecolare, dove gli atomi si legano e si respingono a velocità supersonica. Non ci sono più confini, non ci sono più steccati. C’è solo un eterno presente liquido in cui l’unica regola rimasta è che non ci sono regole. Un po’ come nel fight club e infatti cresce il numero “dei sonati”. Accomodatevi, lo spettacolo è appena iniziato.

















