

IL CORNER DEL PROFESSORE – Ogni mercoledì sera, nel cosiddetto muretto di Viterbo, si incontrano circa 50 ragazzi di età compresa tra i 14 e i 40 anni. Si sfidano nei duelli a colpo di barre in 4/4 o in un minuto a tema. Il loro collettivo, così si definiscono, pratica la versione del rap chiamata freestyle. Usano un gergo complesso con cui comunicano senza alcun bisogno di spiegarsi l’un l’altro. Ovviamente non ho capito tutto ma l’energia era contagiosa.
Attirano ragazzi dalla provincia e spesso anche da fuori. Mercoledì 8 luglio, quando sono andato e ho fatto dei video disponibili sulla pagina Facebook di Tuscia in fiore, c’erano anche dei ragazzi di Bracciano. Raccontano che il primo fu il muretto di Milano poi copiato da gruppi in altre città italiane: Roma, Firenze etc. Citano le location con orgoglio: grazie a loro, Viterbo si confronta con i giganti.
Mentre i 12 che si sono poi sfidati si riscaldavano in cerchio creando barre baciate, mostrando un’agilità insospettabile, sono arrivati un paio di gruppetti di spettatori. Una coppia di fidanzati sulla trentina, lui elettricista e lei insegnante di yoga, che hanno cenato con McDonald portato per l’occasione. 7 ragazzi giovanissimi, tutti intorno ai 15 anni, un pochino appartati e con il telefono in mano. Si intuiva immediatamente che non fossero parte del gruppo. Seduti lontani e vestiti in modo assolutamente simile ma non vissuto come gli addetti ai lavori. Sembravano magliette comprate per l’occasione. Tutti affermano di volere più attività simili. Subiscono la mancanza di luoghi di aggregazione senza la musica, a loro detta indispensabile.
Anche circa 10 persone, attratte dalla presenza del gruppo e della musica, si sono avvicinate e hanno ascoltato per qualche minuto o addirittura per tutta la sfida. Due turisti grandicelli di Roma, dopo aver cenato in centro, mentre tornavano alla macchina si sono avvicinati attratti dal vociare e hanno assistito a tre scontri diretti. Quando si allontanavano ho chiesto se potessi fare domande. Entusiasti mi hanno raccontato di essere stati sorpresi e affascinati. Per la prima volta hanno visto dal vivo quanto osservato nei film o in televisione. Assolutamente non disturbati dal linguaggio, a volte pesante, mi hanno fatto notare la ricercatezza delle rime e la flessibilità mostrata nel cambiare continuamente tema.
L’organizzazione è agile ed efficiente: 12 performer si sfidano ad eliminazione diretta. Due giudici, Lofo e Kool G, un maestro di cerimonia, Purino, che guida tutte le fasi della serata. Un piccolo ripescaggio con scontri a 3, quarti di finale, semifinale e finale con poche variazioni nella logistica scelta. Ogni singolo duello inizia con le mani in alto, “yo” ripetuto da tutti ed da un “1, 2, 3 Viterbo” che dà il via alla sfida. Apprezzatissime le rime della vita “normale”: l’uomo ragno, cinema noir, storia e qualche tema sociale. I momenti della performance più apprezzati ricevono sia urli che mani in alto con lo stesso movimento ripetuto più volte. All’interno del cerchio è tutto lecito: colpi bassissimi strillati con tutta la voce di cui sono capaci, riferimenti continui alle debolezze percepite o presunte. Alcune delle rime sono esilaranti. Tra i circa 50 ragazzi anche 4 ragazze che hanno apprezzato in modo vistoso gli aspetti più divertenti senza partecipare ai momenti coreografici guidati da Purino. Tutte, tutte le sfide finiscono con un abbraccio e un “Bro, bravissimo”. Dopo 90 minuti di scontri vince Harion.
Alla fine tutte le lattine, bottigliette e pezzi di carta riempiono una mega busta nera della mondezza. La sensazione è che lascino più pulito di come hanno trovato.
Questa effervescenza culturale non merita semplicemente di essere attenzionata, deve essere al centro dei programmi di chi amministra la città. Sperando che almeno questi ragazzi restino a Viterbo, rappresentano i fruitori della città per i prossimi 50 anni. Definirli priorità economica, sociale e culturale è una sottostima. Il loro non è solo un grido di allarme. È un messaggio motivato dalla frustrazione ma che si declina in rime, arte e voglia di stare insieme. I problemi delle loro vite sono presenti in tutte le barre ma, subito dopo lo scontro, fatto di parole pesanti e di insulti, arrivano abbracci e sorrisi. Sembrano riuscire a esorcizzare realtà complesse con urli e rime anche se non ne hanno alcun controllo.
Far finta che non esistano è uno dei tanti nostri errori che spinge i giovani a diventare ribelli anziché ambasciatori culturali. Dopo averli ascoltati dobbiamo almeno “provare” a capirli. Penso che sarebbe il caso di coinvolgerli.



















