

VITERBO – C’è un silenzio che fa più rumore di mille proclami. È il silenzio dell’amministrazione di fronte al grido, sommesso ma carico di esasperazione, di chi vive a pochi passi dalla storia, in via delle Fabbriche, e si sente straniero a casa propria.
Piazza Fontana Grande. Il nome evoca la magnificenza, l’acqua che zampilla, il cuore pulsante di una Viterbo che vorrebbe dirsi orgogliosa. Ma voltate l’angolo, scendete nei recessi di quella stessa piazza, e troverete il degrado che si è fatto abitudine. I bagni pubblici, un tempo necessari servizi, sono diventati un monumento all’abbandono: anni di incuria, un guano che si accumula come stratificazioni geologiche di indifferenza, e quei compagni di sventura che sono i ratti, unici frequentatori di un luogo che doveva essere di civiltà.
La lettera che abbiamo ricevuto in redazione non è solo una denuncia; è il diario di una disperazione che diventa richiesta di dignità. Un residente, con la pazienza che ormai ha lasciato il passo alla stanchezza, ci racconta l’emblematica vicenda dell’impalcatura apparsa e sparita. Un fantasma metallico, montato senza una parola di spiegazione – proprio lì, aderente ai balconi, alla privacy, alla vita privata – e rimosso dopo due settimane senza che un solo mattone sia stato posato, senza che un solo grumo di sporcizia sia stato rimosso dai pluviali che, a ogni pioggia, rigurgitano erbacce e incuria.
Ci si chiede, con lo sconcerto di chi paga le tasse e osserva il cantiere perenne: a cosa serve questa scenografia? Perché il cittadino deve subire la prepotenza di transenne che presidiano il “nulla” mentre la manutenzione vera, quella necessaria a garantire il decoro e la salute, resta un miraggio?
Da parte nostra, non possiamo che stringerci attorno a questi cittadini. La Fune non è un megafono del potere, ma un taccuino aperto sulle ferite della nostra comunità. Siamo a totale disposizione di chi abita in via delle Fabbriche: non lasceremo che la loro voce venga soffocata dall’indifferenza istituzionale. La cronaca cittadina non può ridursi a un balletto di burocrazia; deve avere il coraggio di esigere risposte chiare.
Due domande restano sospese nell’aria, pesanti come i calcinacci che cadono dagli edifici circostanti: a che scopo sono state montate quelle impalcature? E quando si deciderà, una volta per tutte, di sanificare e restituire alla città – o finalmente smantellare, se non c’è più speranza – quel luogo che oggi è solo un insulto alla dignità urbana?
La bellezza di una piazza non si misura solo dal restauro di una fontana, ma dal rispetto che si porta a chi ci abita. Tutto il resto è solo decorazione di facciata. E la facciata, prima o poi, crolla.





















