Attenti alle lacrime di coccodrillo degli enti locali. Io sto con la spending review
Roberto Pomi
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Milioni di euro sono stati buttati negli anni nel cesso. Non è volgare il termine che usiamo, piuttosto lo è quello che la classe politica ha fatto per troppo tempo e che magari continua a fare. Anche nel nostro territorio.

Dei coccodrilli si dice che mangino i figli. Un qualcosa che potremmo, non a torto dire, degli italiani degli ultimi 30-40 anni. Un debito pubblico da paura e il futuro di intere generazioni compromesso. Chi ha meno di quarantanni ringrazi sentitamente.

La spending review non è altro che la cura a quel bel paio d’orecchie d’asino, cresciute sulla testa dell’Italia. Proprio ai lati del famoso elmo di Scipio di mameliana memoria. Chi conosce l’inno nazionale non avrà difficoltà a comprendere.

Pensare che Collodi ci aveva avvisato, raccontandoci cosa succede a chi crede nel Paese dei Balocchi, nelle sue luci e feste “sprocedate”. Un qualcosa dato ogni giorno e ogni sera in cambio di niente, salvo ritrovarsi trasformati in somari una bella mattina. E se i nostri nonni poterono cantare “una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor” agli italici contemporanei non resta che parafrasare così: “una mattina mi sono svegliato e ho trovato il professor”. Al secolo Mario Monti, l’uomo che portò con sé la professoressa Elsa Fornero e gli esodati e la verità. La verità di un Paese vissuto troppo a lungo al di sopra delle proprie possibilità e che ha dissipato risorse non per investire davvero e creare sviluppo ma in chilometriche file di elemosinanti alle spese dello stato.

Oggi gli enti locali piangono. Il governo taglia, taglia, taglia. Mannaiate su tutto. Ma fu vera cattiveria? No, le cose cattive sono quelle venute prima. Sono la spesa insana, i soldi buttati a destra e a manca, da destra e da manca. Mettiamo sotto la lente il caso Viterbo. C’è qualcuno disposto oggi a giudicare come scelte corrette i milioni di euro pubblici buttati in affitti per servizi di vario tipo forniti ai cittadini?

Per stringere il campo della riflessione mettiamo sotto la lente il Consorzio Biblioteche. Uno dei temi caldi dei tempi recenti. Un servizio pubblico, quello della biblioteca, centrale. Forse più centrale anche degli ospedali, perché se ci sono i medici e i manager della sanità è grazie allo studio. Sempre che anche qui la politica, terribile diavolo italiano, non abbia messo lo zampino.

Un Consorzio che si estende per la maggior parte della sua metratura su spazi in affitto. Ogni anno centinaia di migliaia di euro nelle saccocce dei privati. Quando con la stessa cifra si poteva prendere un mutuo e costruire una biblioteca pubblica con tutti i crismi. E soprattutto da non pagare ogni anno. L’apice dello scandalo dei soldi spesi per il servizio biblioteche lo si è però toccato, non tanto e non solo con gli spazi di viale Trento, ma con quella che era l’emeroteca di Porta Murata. Affitti pagati ogni mese per uno spazio indegno (chi l’ha frequentato ne ricorderà scomodità, oscenità e bruttezza senza uguali) e per di più fruibile mezza giornata a settimana. Tutto con i soldi dei cittadini.

Ma l’elenco può essere lungo. Spostiamo il fuoco sull’Archivio di Stato. Domiciliato in affitto in via Cardarelli. Un affitto pagato dal ministero dei Beni Culturali per centinaia di migliaia di euro all’anno. Non sarebbe stata intelligenza utilizzare quei soldi per un mutuo e metterli a sistema per costruire uno spazio grande dove collocare altri servizi attigui come le biblioteche?

Se non avessimo vissuto per così tanti decenni nel Paese dei Balocchi magari ce ne saremmo resi conto prima. Anche se dubito che chi amministra se ne voglia rendere conto anche oggi. Allora è forse il caso di dare giù di mannaia. Togliere i soldi che gli enti locali continuano a buttare in sprechi assurdi, per porre fine allo sperpero di denaro pubblico grazie all’indigenza. Alla fine questa realtà determinerà anche la nascita di una classe dirigente nuova. Una classe dirigente divenuta tale grazie alle idee e alla buona gestione della cosa pubblica. Come sempre avrebbe dovuto essere ma come mai è stato. Ecco perché le lacrime degli enti locali di oggi sembrano tanto lacrime di coccodrillo. Lacrime di chi ha fatto la vita della cicala per troppo tempo e ora che l’inverno è arrivato piange.

Tutto questo porterà anche alla nascita di una nuova politica. Non più quella delle clientele e di quel clientelismo fatto di cognomi sempre uguali tra gli impiegati pubblici e le società partecipate. Ma la politica dei buoni padri di famiglia, capaci di fare economia domestica come le massaie di una volta, quelle che non buttavano nulla. Neanche il pane raffermo, figuriamoci i milioni di euro.

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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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