
VITERBO – Nella Tuscia guidare è diventato un esercizio di slalom. Tra Viterbo, Orte, Tarquinia e i collegamenti verso il lago di Bolsena o verso la costa, molte strade provinciali e tratti di arterie più importanti somigliano sempre più a una groviera. Buche profonde, avvallamenti improvvisi, rattoppi che durano poche settimane. E ogni pioggia trasforma le crepe in voragini.
La gestione di molte arterie è passata sotto l’egida di ANAS, con l’obiettivo dichiarato di razionalizzare competenze, uniformare gli standard di manutenzione e garantire maggiore efficienza. Ma nella percezione diffusa dei cittadini – automobilisti, pendolari, trasportatori – la situazione non è migliorata, anzi in molti casi è peggiorata. Le strade della Tuscia sono un caso emblematico. Territori collinari, fondo spesso fragile, traffico pesante in aumento soprattutto nei collegamenti tra Viterbo e Orte o verso i poli logistici. L’asfalto si deteriora rapidamente, ma gli interventi arrivano tardi. E quando arrivano, sono spesso provvisori.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: pneumatici squarciati, cerchioni piegati, sospensioni danneggiate. Le officine della zona raccontano di un aumento costante di interventi legati a urti contro buche profonde. E il danno economico non è l’unico problema. Una buca presa in velocità può provocare perdita di controllo del mezzo, sbandamenti, incidenti. Il rischio cresce nelle ore notturne o con la pioggia, quando le cavità si riempiono d’acqua diventando invisibili.
La promessa della gestione statale era semplice: più risorse, più controllo, più rapidità. Ma la macchina amministrativa centrale spesso si muove con tempi incompatibili con l’urgenza della manutenzione stradale. Tra gare d’appalto, verifiche, autorizzazioni e rimpalli di competenze, i mesi passano e l’asfalto continua a sgretolarsi. La gestione statale, per sua natura, tende a uniformare procedure e standard su scala nazionale. Tuttavia, territori come la Tuscia hanno caratteristiche specifiche che richiederebbero flessibilità, interventi tempestivi, conoscenza diretta delle criticità locali. La distanza decisionale rischia di trasformarsi in distanza operativa.
Non è solo una questione tecnica, ma culturale. Quando la manutenzione ordinaria diventa straordinaria perché si interviene solo in emergenza, significa che il sistema ha smesso di prevenire. E prevenire, sulle strade, è tutto: costa meno, salva vite, riduce i contenziosi. Ogni buca è una tassa occulta. Gli automobilisti pagano con riparazioni, aumento dei premi assicurativi, tempo perso. I Comuni e lo Stato pagano con risarcimenti quando la responsabilità viene accertata. Ma soprattutto paga il territorio in termini di immagine e competitività. Un’area che punta sul turismo, sull’agricoltura di qualità, sui collegamenti tra porto di Civitavecchia e rete ferroviaria di Orte, non può permettersi infrastrutture degradate. Le strade sono la prima cartolina che si offre a chi arriva.
Il problema non si risolve con uno scaricabarile tra enti. Serve una manutenzione programmata, con monitoraggi periodici, fondi vincolati e tempi certi. Serve responsabilità chiara: chi deve intervenire, quando e con quali risorse. E serve trasparenza sui cronoprogrammi, perché i cittadini hanno diritto di sapere quando una strada dissestata verrà sistemata. La Tuscia non chiede miracoli, ma normalità. Strade sicure, asfalto uniforme, segnaletica visibile. Infrastrutture degne di un territorio che non vuole restare periferia dimenticata.
Quando una strada diventa una groviera non è solo un problema di buche. È il segno di una manutenzione che non funziona e di un sistema che, intrappolato nella burocrazia, perde di vista la sua funzione primaria: garantire sicurezza e mobilità. E finché le ruote continueranno a sprofondare nell’asfalto, la distanza tra istituzioni e cittadini si misurerà in centimetri di crepe.


















