
Sul tema è intervenuta anche Ginevra Bentivoglio, editrice e storia dell’arte, che ha denunciato quanto fatto sulla facciata del Palazzetto. “Il patrimonio culturale è di tutti, e va difeso, valorizzato e condiviso”. Secondo Ginevra Bentivoglio, che ci scrive, si tratta de “l’ennesimo scempio culturale nella città di Viterbo e quando è troppo, è troppo”. Ginevra Bentivoglio aveva scritto già qualche tempo fa queste parole proprio dopo la visione di quanto denunciato ieri da Mauro Galeotti (qui).
“Gentile Redazione vi invio questo pezzo, partorito di getto alla visione di un ennesimo scempio culturale nella città di Viterbo. Personalmente ho un carattere a cui piace guardare alle cose positive, anche ai piccoli passi in avanti, odio sguazzare nel malcontento e nelle critiche, ma poi penso: quando è troppo, è troppo.
Leggo spesso le vostre pagine virtuali – ci scrive – gioisco delle notizie riguardo i successi che in ambito culturale Viterbo, una città potenzialmente dotata di grandi tesori materiali e immateriali, raggiunge. Allo stesso tempo, mi mangio il fegato alla lettura di impicci, imbrogli, strategie progettuali portate avanti male, con superficialità. Scrivo in prima persona in quanto mi sento coinvolta come utente, come semplice fruitore di questi tesori nascosti (seppelliti, forse più che nascosti) e perché mi metto nei panni di chi vorrebbe poterne usufruirne, in quanto turista, studioso, o anche e soprattutto semplice cittadino viterbese, ma a cui viene spesso impedito.
Oltre che “sentimentalmente” mi sento chiamata in causa perché in quanto dotata di una laurea in storia dell’arte e una specializzazione in Tutela dei Beni Storici e Artistici ho una visione “privilegiata”, so riconoscere cosa va tutelato e, rasentando l’immodestia, ritengo di avere gli strumenti per capire come si possa facilmente e semplicemente valorizzare un bene culturale o allo stesso tempo distruggerlo e annientarlo: che si tratti di un’opera d’arte, di una storia o di un ricordo”.
Proprio Ginevra Bentivoglio ha pubblicato con la GBEditoriA nel 2012 un volume di Valtieri-Bentivoglio intitolato Viterbo nel Rinascimento, che narra anche le vicende del Palazzetto. “Il nome, il mestiere del proprietario e la data della casa sono sintetizzati nella scritta del fregio delle due finestre ad arco, inquadrate da un ordine a lesene riquadrate, che si completa nella lettura di entrambe: IO BAR PAVLI / III PONT MAX (Giovanni, barbiere di Paolo III Pontefice Massimo). Si tratta di Giovanni di Antonio Baciocchi, scudiere e barbiere di Paolo III, che con il medico Giacomo Sacchi, al seguito di Pier Luigi Farnese, accompagnò Paolo III diretto a Nizza per tentare di far riconciliare il re di Francia con l’Imperatore. A favore del Baciocchi, a cui erano forniti pettini con lo stemma papale nel 1538 fu emesso un Breve di esenzione dalle gabelle, probabilmente in concomitanza con l’inizio dei lavori di costruzione dell’edificio, che dovettero concludersi nel 1540, data incisa sullo stemma papale, che campeggia tra le finestre e reca sotto la scritta: PAVLVS III / PONT MAX / MD XXXX. Il prospetto simmetrico è diviso da cornici marcapiano in tre parti decrescenti in altezza, e presenta al piano terra un portale bugnato con ai lati due finestre rettangolari e all’ultimo piano un loggiato ad archi su pilastri. Come farà Giacomo Sacchi venti anni dopo nel proprio palazzo (Palazzo Mazzatosta), il Baciocchi ostenta la professione e il suo rapporto con un papa sulla facciata della propria abitazione privata”.


















