
Una nuova storia in compagnia di Aliante della Tuscia, per raccontare il territorio di Viterbo e quello che accadde nei secoli passati.
Correvano ormai da oltre un secolo i disguidi tra Viterbo e l’Urbe Romana il cui senato, assetato di potere e influenza, intendeva imporre alla nostra, apparentemente umile cittadina, dei podestà che la governassero.
In seguito all’acquisto di Cencelle da parte di Viterbo il dispotismo e le pretese di Roma si erano notevolmente acuite e intensificate. Siamo quasi nel primo ventennio del Duecento, quando i viterbesi invocano l’aiuto imperiale al fine di proteggere Viterbo dalle pressioni di Roma. Passando, per dirla con un detto, “dalla padella alla brace”, i nostri poveri antenati si ritrovarono oppressi dal giogo di Federico II che, nonostante la sconfitta attorno al 1243 per mano della fazione guelfa capeggiata da Raniero Capocci, si vedrà comunque riconosciuta la fedeltà del popolo viterbese.
Quel 1243 fu l’anno in cui vennero firmati gli atti ufficiali, all’interno dell’allora Commenda di Santa Maria in Carbonara, per l’acquisto di 42 case e terreni nei pressi di “Poggio del Tignoso”. Questa straordinaria Commenda, appartenne all’Ordine dei Templari, successivamente nel 1344 passerà ai Gerosolimitani.
Si pensa che la storia della Commenda fosse molto più antica dei Templari, ragion per cui qualcuno ha ipotizzato che essa abbia potuto cambiare nome. L’aspetto particolarmente interessante inerente alla firma dei trattati con cui Federico II acquistò 42 case e terreni, è che ciò coincise con un ripensamento dell’urbanistica di Viterbo. Allora la zona di “Poggio del Tignoso”, che coincide con l’attuale viale Raniero Capocci, era un luogo sostanzialmente disabitato. Vi erano campagne e piccole baracche di “porcari” che Federico II fece espropriare. Si deduce il fatto che quella non fosse una zona abitata, poiché dalle testimonianze emerge che fossero di più le baracche che non gli abitanti e si trattava, forse, di punti d’appoggio per i lavoratori, contadini o pastori che fossero.
La guerriglia urbana avviata dal cardinal Capocci rallentò i lavori per la costruzione del Palazzo di Federico e mise a dura prova le fazioni ghibelline, ma quando nel 1247, a detta dei cronisti dell’epoca, Federico II concesse alcuni privilegi ai cittadini, questi gli giurarono fedeltà. Riprese dunque la difficile convivenza tra papato e impero, mentre le famiglie viterbesi più influenti si alternavano, nel farsi guerra tra di loro, e far così prevalere l’una o l’altra fazione.
L’importanza del palazzo era notevole, poiché esso rappresentava uno spostamento dell’area urbana in una zona che prima era adibita sostanzialmente al pascolo, per di più avrebbe costituito un presidio fortificato in una zona d’accesso sguarnita. Tal palazzo avrebbe rappresentato, non da ultimo, un presidio imperiale fortificato sotto il naso del Papa, cosa che per Federico II costituiva una vittoria strategica importante.
Tra il 1247 ed il 1252 vi fu dunque una ripresa considerevole del partito imperiale, ma la morte di Federico II lascerà un vuoto di potere che presenterà l’alternativa guelfa come l’unica opinabile. Di fatto il Palazzo di Federico non venne mai completato e la leggenda racconta che il cardinale Capocci, facendo a pezzi quello che del Palazzo c’era, ne costruì le attuali mura su quel lato della città. Questo è impossibile poiché il cardinale si era già spento ad Avignone il 27 maggio 1250.
Il periodo guelfo sarà per Viterbo abbastanza lieto. La nostra cittadina, già molto importante per via dei numerosi presidi templari a tutela della via Francigena, diverrà dal 1257 al 1281 sede papale. Fu Papa Alessandro IV, la cui sepoltura resta tuttora un mistero, a operare tale passaggio storico e sarà grazie alla famiglia Gatti e a Papa Clemente IV che nel 1267 sarà completato il Palazzo papale con la loggia e la sala del Conclave. Quest’ultima passerà alla memoria per aver ospitato il Conclave più lungo nella vita della Chiesa, quello tra 1268 e 1271, durato oltre mille giorni.

















