
In seguito alla morte di Federico II di Svevia la situazione in merito alla sua successione divenne alquanto complicata da gestire. Manfredi, suo figlio illegittimo, già Principe di Taranto, si tenne le Puglie ed infiammò l’astio ghibellino contro il potere del papato.
Non da ultimo, anche per mano del viterbese Cardinal Raniero Capocci, Papa Innocenzo provò a strappare le Puglie al controllo del Manfredi e ne seguitò un conflitto che sembrava non aver mai fine. Nel frattempo, siamo attorno al 1252, venne inviato a Roma come senatore il nobile Brancaleone degli Andalò, con il preciso compito di controbilanciare e via via ridurre a zero lo strapotere dei Baroni nella Roma di quel tempo.
Il Comune dell’Urbe, resosi conto dello strapotere delle più influenti famiglie romane, intendeva riappropriarsi di quella sovranità e di quel controllo che si vedeva via via sempre più sfuggire di mano.
Finché vi fu Innocenzo IV il lavoro del Brancaleone fu alquanto chiaro; ridurre le pressioni violente dei Baroni e permettere alla borghesia romana di vedersi tutelati i suoi interessi, agevolando così la capacità di controllo da parte del Comune, unico vero organo legittimato a gestire il comando nella città. Oltre a ciò il lavoro di Brancaleone avrebbe dovuto permettere al Papa di avere un aiuto per arginare le pressioni degli Svevi, nella persona di Manfredi, e degli Angioini.
I rapporti tra Brancaleone e Innocenzo erano alquanto supportati da un comune intento di sottrarre la romana influenza ai Baroni locali ma, si sa, le cose cambiano e fu così che con l’elezione a Papa di Alessandro IV, la situazione si capovolse. Quando Innocenzo IV morì a Napoli, nel Dicembre 1254, proprio mentre era in guerra con Manfredi, l’influenza del Cardinal Riccardo Annibaldi fece in modo che venisse eletto Papa qualcuno molto vicino agli interessi baronali.
Alessandro era infatti nipote di Gregorio IX, legato alla nobiltà romana e vicinissimo ai Baroni per questioni di parentela. L’elezione di Alessandro IV fece così rafforzare l’influenza baronale nell’Urbe poiché essi avevano trovato un appoggio forte: quello della Chiesa. Il fatto non deve stupire poiché tramite Gregorio IX, Alessandro IV si trovava ad esser parente degli Annibaldi, una delle più influenti e potenti famiglie di nobili romane. Una vera e propria istituzione baronale che influiva con il suo tracotante potere sulle vicende politiche romane.
Riccardo Annibaldi, grazie alla nomina di Cardinale diacono dell’Ordine di Sant’Agostino, conferitagli da Gregorio IX, divenne una delle personalità più potenti della Chiesa di Roma.
Nel frattempo Brancaleone, che se ne era dipartito, venne nuovamente chiamato a Roma dal Comune. Stavolta riuscì a fare impiccare due membri della famiglia Annibaldi e a distruggere numerose torri baronali sparse per la città di Roma.
Oltre a ciò, per rafforzare l’influenza ghibellina nella città, Brancaleone avviò una manovra diplomatica con Manfredi, trovandone un attivo supporto.
Vedendo che le cose si stavano mettendo male, Alessandro IV decise, nel maggio 1257, di trasferire la sede papale a Viterbo.
Quando Brancaleone morrà, nel 1258, forse avvelenato, forse a causa di malaria, i cittadine dell’Urbe ne vorranno custodire la testa in Campidoglio, quasi si trattasse d’un santo pagano.
« Ed il Popolo Romano, a cui fu molto ben affetto, prese la di lui testa, la rinchiuse in un bel vase di marmo, collocato su di una colonna nella piazza di Campidoglio, ed in certo modo l’ebbe in grande venerazione. » (Vitale, op. cit. pag. 120)


















