

Aliante della Tuscia ci porta a guardare un fatto centrale per i viterbesi, il processo di canonizzazione di santa Rosa.
All’accadimento di quell’evento, rappresentato dalla morte di Federico II, che segnò una svolta epocale nella storia dei rapporti tra Stato e Chiesa, e che investì direttamente le vicende viterbesi, papa Innocenzo IV era rientrato nelle grazie dei cittadini della “Vetus Urbe”.
I viterbesi, infatti, tra coloro che avevano serpeggiato nelle fila ghibelline e tra coloro che erano stati i guelfi fuoriusciti, decisero di sottomettersi al vessillo della “nuova Lega Guelfa d’Italia”. Quest’ultima fu figlia delle maestranze e magistrature riformate in seguito allo statuto del 1251 e conferiva alla Chiesa di Roma una ritrovata e rinnovata Teocrazia indiscussa.
Per quanti s’erano sottomessi al manto della supremazia teocratica, Innocenzo IV concesse, nel 1252, di fare ritorno a Viterbo e diede loro l’ammenda dalla scomunica. Si trattava della Bolla da Perugia, recante come data lo stesso anno della morte di santa Rosa da Viterbo. In merito a quella che era stata la vita della fanciulla, morta poco più che quindicenne, il cronista e storico viterbese Cesare Pinzi intende avanzare alcune precisazioni.
La fanciulla, santa subito per amore e devozione popolare, dovrà attendere il lontano 1457 per vedersi ufficializzato quel processo di canonizzazione che la annoverasse tra i santi tutti di Dio.
Sarà infatti sotto Callisto III, nella persona di Alfonso de Borgia, che la Chiesa ufficializzerà la santificazione della nostra cara e amata Rosa. Il cronista Pinzi non si sbilancia in merito al fatto se tale santificazione venne inizialmente avviata e non più terminata, oppure se di fatto Rosa fu santificata nella metà del ‘200, ma le carte vennero smarrite.
Quello che è certo, e indiscutibile, è che per il popolo viterbese la fanciulla, artefice di notevoli prodigi, fu subito santa. Dimostrazione di questa subitanea devozione popolare la si può ravvisare in una bolla del 1257 che papa Alessandro IV, nella persona di Rinaldo di Jenne, emanò da Napoli.
Con tale atto ufficiale il papa di allora intendeva impedire la costruzione di qualsiasi altro monastero o luogo religioso entro il “raggio di mille passi” dal monastero delle Damianine. Quest’ultime furono una congregazione di pie donne presso l’ordine di San Damiano. Erano delle devote viterbesi che si raccolsero, in un modesto oratorio, sopra la porta di San Marco, per glorificare quella che immediatamente era considerata santa Rosa.
Questa devozione di cui godette da subito la pia fanciulla, è testimoniata, sempre stando alle parole del cronista Cesare Pinzi, da un decreto del vescovo viterbese Matteo, risalente al 1235, con il quale viene dato il permesso alle prime monache di raccogliersi presso il nuovo monastero da loro costruito.
Il significato della bolla emanata da papa Alessandro IV sarà per l’appunto quello di non disturbare il sonno delle monachelle che avrebbero dovuto riposare e garantire concentrazione e preghiera nel venerare il culto della santa.
Questa, come abbiam visto, dovrà attendere ancora due secoli prima d’esser santa per formale ufficializzazione.

















