Alfio Pannega, la cultura che cresceva fuori dai palazzi
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Poeta a braccio, lavoratore, antifascista e uomo della nonviolenza, trasformò una vita segnata dalla povertà in una lezione civile.

IL DOMENICALE – Alfio Pannega non aveva titoli accademici, non frequentava circoli letterari, non disponeva di relazioni influenti; eppure conosceva Dante e Ariosto, componeva ottave in endecasillabi, declamava versi davanti a chiunque volesse ascoltarlo e possedeva quella cultura che non serve a fare carriera, ma a comprendere gli uomini e a non diventare servi del potere.

Nato a Viterbo il 21 settembre 1925, Alfio era figlio di Giovanna, conosciuta da tutti come Caterina, una donna entrata nella memoria popolare della città attraverso racconti, battute e vicende diventate quasi leggendarie. Frequentò le scuole elementari a Bagnoregio, visse per un breve periodo a Roma, poi tornò a Viterbo nel 1939 e non la lasciò più.

La sua non fu una povertà letteraria da trasformare in immagine romantica: fu una condizione materiale dura, fatta di lavori precari, fatica e abitazioni inadeguate. Durante la guerra riparò le buche provocate dai bombardamenti nel campo di aviazione; in seguito lavorò come calzolaio, muratore, garzone agricolo e pecoraio. Per anni raccolse cartoni e materiali di scarto presso negozi e botteghe, recuperando ciò che poteva essere riutilizzato: molto prima che l’ecologia diventasse un programma politico, Alfio la praticava ogni giorno perché conosceva il valore delle cose e sapeva che lo spreco è un’offesa a chi non possiede nulla.

Con la madre abitò anche in una grotta nella Valle di Faul, dentro la cinta muraria di una città che ospitava palazzi, chiese e memorie papali, ma lasciava due persone vivere senza una casa dignitosa. È forse questa l’immagine che meglio racconta le contraddizioni di Viterbo: la grande bellezza monumentale a pochi passi da una povertà che tutti vedevano e che nessuno riusciva, o voleva, eliminare.

Alfio, però, non deve essere ricordato soltanto come il povero buono al quale la città concedeva affetto. Sarebbe un modo comodo per renderlo innocuo. Fu antifascista, militante comunista e libertario, uomo della nonviolenza, difensore degli ultimi, degli animali e della natura; non separava mai la poesia dalla giustizia, perché per lui le parole avevano valore soltanto quando diventavano comportamento. Non predicava la solidarietà, divideva ciò che aveva; non parlava astrattamente di uguaglianza, viveva accanto a chi era escluso; non cercava incarichi, riconoscimenti o protezioni, esercitava una politica senza potere e proprio per questo metteva in discussione quella ufficiale.

Negli ultimi anni trovò nel centro sociale autogestito di Valle Faul una comunità e una casa, ma soprattutto incontrò generazioni di giovani che attraverso di lui conobbero una Viterbo popolare ormai quasi scomparsa. Alfio non si presentava come maestro, eppure insegnava, trasmetteva memoria, raccontava il lavoro, la guerra e le disuguaglianze, recitava interi canti della Divina Commedia, costruiva legami tra persone lontanissime per età e formazione. La sua scuola non aveva banchi, programmi o registri, ma formava coscienze.

Morì il 30 aprile 2010, pochi mesi dopo la pubblicazione del volume Allora ero giovane pure io, nel quale furono raccolti la sua testimonianza e i suoi versi. Nel 2025 Viterbo ne ha ricordato il centenario della nascita: il Comune gli ha dedicato iniziative e parole importanti, mentre il progetto “Alfio 100” ha riunito fotografie, documenti, manoscritti e testimonianze. Sono passi necessari, ma le commemorazioni non bastano, soprattutto quando terminano le celebrazioni e si spengono i riflettori.

La città dovrebbe completare un archivio pubblico dedicato ad Alfio, rendere disponibili le sue poesie, raccogliere le registrazioni della sua voce, coinvolgere scuole e università, proteggere i luoghi nei quali visse e intitolargli uno spazio aperto alla cultura popolare e all’incontro tra generazioni. Non una targa dietro la quale nascondere l’indifferenza, ma un luogo vivo.

Ricordare Alfio Pannega significa infine porre una domanda scomoda: siamo ancora capaci di riconoscere la cultura quando non indossa abiti eleganti, non parla dai palchi e non possiede un curriculum? Viterbo lo salutava, gli sorrideva, ne ascoltava i versi; oggi deve dimostrare di aver compreso la sua lezione. Alfio non chiedeva compassione, chiedeva, con la sua stessa vita, una città nella quale nessuno fosse considerato uno scarto.

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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
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Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Angel porta un messaggio divino fra gli uomini, che non lo capiscono; o lo capiscono troppo tardi. Non lo hanno capito neppure a Radio1 Plot Machine…

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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