
EDITORIALE – Hannah Arendt in Vita Activa punta il compasso del pensiero su un concetto ovvio ma poco contemplato: la possibilità di rigenerare, in ogni giorno, un nuovo mondo.
Se il mondo vive l’esperienza disumanizzante del nazismo ha comunque speranza di cancellarla e ripartire. Questo il tema urgente che armò la riflessione e scrittura di Vita Activa. Se quindi c’è questa continua possibilità davanti a incubi così profondi a maggior ragione possiamo trovarla nel quotidiano, dove spesso servirebbe correggere di poche diottrie la visione di quello che si vuole determinare e di quello che accade.
La piccola Viterbo ha davanti a sé una chiamata alle urne, per ridisegnare la dirigenza comunale. La più significativa “azienda locale”, con un centinaio di milioni d’euro all’anno da amministrare e una squadra da 300 dipendenti, sarà a breve riorganizzata. Si tratta della realtà più importante, a livello territoriale, perché ha la funzione di indirizzo e gestione del territorio e della vita dei suoi cittadini.
L’impegno nella gestione del territorio è la più alta forma di azione nella dimensione sociale locale. Il problema è quando le motivazioni della scesa in campo magari non sono così chiare a se stessi o peggio animate da sentimenti che non dovrebbero esserci. Ma questo è impossibile capirlo a priori, ognuno facendocela sarà chiamato a mettere davanti a tutti il racconto di chi è.
Citiamo Marco Aurelio: “Le persone hanno il valore delle cose a cui danno importanza”. Dovrebbe essere un po’ questa la cartina di tornasole degli elettori. Valida per tutti gli aspiranti consiglieri e in modo maggiore per i papabili al ruolo di sindaco.
Partendo dall’assunto che tutti i candidati siano animati dalle migliori intenzioni, che ognuno di loro andrebbe ringraziato per l’impegno e per avere scelto di esserci, è chiaro che uno non vale l’altro. Quello che è importante capire, almeno bisognerebbe provarci, è la prospettiva e visione che hanno in mente e che rappresentano. Un’operazione difficilissima per la confusione comunicativa tipica di ogni campagna elettorale, drogata ancora più dalle esigenze della propaganda. Perché chi corre ha, il più delle volte, fame e urgenza di voti piuttosto che tempo da spendere per lavorare per definire e illustrare con chiarezza cosa intende rappresentare.
Un aspetto che sicuramente qualche campanello d’allarme deve farlo scattare è una campagna elettorale costruita sulla demolizione dell’immagine e reputazione degli sfidanti. Una comunicazione positiva, di racconto della propria idea di città, è sicuramente un passo corretto. Una comunicazione negativa, che punta a dire “scegliete me” perché l’altro ha mille difetti, è un campanello d’allarme.
Non c’è bisogno di antagonismo, di costruzione di delegittimazione dell’avversario. Quello che serve sempre a un comune è l’attitudine alla costruzione, la volontà di migliorare le cose, la capacità di elaborare una strategia di lungo respiro e l’abilità dello scomporla in tanti piccoli mattoncini, da costruire e mettere sul terreno un giorno dopo l’altro.
Un sindaco capace infatti non è un apprendista stregone con bacchetta magica ma piuttosto un umile muratore che sa che l’unico modo di costruire è avere un disegno e mettere un mattone dopo l’altro. Dovremmo chiedere ai nostri aspiranti sindaco qual è la loro attitiudine, dovremmo analizzare la comunicazione di ognuno, cercare le prove di una visione esistente e di una mentalità da costruttore. Solo scegliendo persone con questa visione e attitudine riusciremo a garantire un futuro alla nostra città, una linea d’azione capace di intervenire sul presente e disegnare una migliore qualità della vita. Ci preme ricordare anche che “di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno”.


















