AI, "botta e risposta" tra apocalittici e integrati
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E' bastato utilizzare l'AI un giorno, aprire una prospettiva diversa sul dibattito del centro storico e si è generato un dibattito molto interessante e che ha catturato anche l'attenzione di molti lettori. Tra il professore Francesco Mattioli e Luigi Tozzi, che ci scrive direttamente da Bruxelles, è iniziato un fitto botta e risposta. Proponiamo, uno dietro all'altro, gli ultimi interventi dell'uno e dell'altro. 

E’ bastato utilizzare l’AI un giorno, aprire una prospettiva diversa sul dibattito del centro storico e si è generato un dibattito molto interessante e che ha catturato anche l’attenzione di molti lettori. Tra il professore Francesco Mattioli e Luigi Tozzi, che ci scrive direttamente da Bruxelles, è iniziato un fitto botta e risposta. Proponiamo, uno dietro all’altro, gli ultimi interventi dell’uno e dell’altro.

 

Caro Tozzi, quando Horkheimer – non uno qualunque – diceva che eravamo nelle mani dei mass media concepiti e manovrati da un capitalismo sfruttatore, non credeva che nel 1972 a Washington un giornale potesse costringere il presidente degli Stati Uniti a dimettersi, e tanto meno che nel 1976, nella sonnacchiosa Viterbo, alcune radio libere si incaricassero di far vedere ai viterbesi ciò che mancava alla città e alla libertà dei suoi cittadini.

Se lei pensa, sulle orme di Horkheimer, che internet, i social, l’A.I. siano il male assoluto, un Male che oggi ancor più di ieri, grazie ad una potenza tecnologica e comunicativa inusitata, può farsi valere comunque dovunque, allora la partita è persa e né io, né lei, potremo farci nulla. Tuttavia mi spiace contraddirla; la mia metafora del coltello in realtà si ispira alle più avanzate ricerche scientifiche sul tema, che registrano non solo i pericoli ma anche le opportunità del coltello. Non siamo necessariamente nelle mani di Musk, Altman o Zuckerberg, o in quelle ancor più pericolose di sconosciuti manovratori del mondo che si servono delle autocrazie. Intanto perché i social contengono anche
strumenti e messaggi positivi; ma soprattutto perché almeno nel mondo libero e democratico quei paesi che sanno governare la libertà come una dote invece che come “un tana libera tutti” possono introdurre correttivi, limiti, percorsi formativi obbligati. Che non esprimono solo una mera “ forza di volontà”, né propongono “qualche corso di media literacy”.

Caro Tozzi, lasciamo ai complottisti da tik tok le giaculatorie. Lei ha detto bene: la società ha passato ottant’anni a migliorare uno strumento, l’automobile, tanto promettente quanto progressivamente sempre più pericoloso, per la sua crescente velocità e la sua diffusione. Eppure c’è anche chi oggi pensa che un tasso di motorizzazione alto sia in linea di principio (quindi, in linea ideologica) un danno per la qualità della
vita. Ma è un errore che ha l’odore stantio del passatismo. Lo stesso vale per internet, i social e A.I. Io lei stiamo scrivendo su un giornale che si muove nell’etere di internet e che conta anche su una robusta presenza sui social: siamo, per questo, tutti vittime e pupazzi
nelle mani di Zuckerberg o di Pichai?

Mi auguro che le istituzioni democratiche – e proprio in quanto tali aperte al cambiamento virtuoso – sappiano trovare autorevolmente la strada per fare della tecnologia digitale una opportunità, non un mero fattore di rischio. E del coltello un utile strumento da usare, con le dovute precauzioni, in cucina, per garantire piatti migliori.

Francesco Mattioli

 


 

Caro professor Mattioli,
ho letto la sua risposta con grande attenzione e le confesso: non me l’aspettavo. Con grande eleganza accademica lei ha compiuto un’impresa rarissima — rispondere a un articolo cucendomi addosso un vestito che non ho mai indossato. Andiamo con ordine, perché le incongruenze meritano di essere gustate una per una, come i piatti che si cucinano con quel famoso coltello. 

Lei apre scrivendo: “se lei pensa, sulle orme di Horkheimer…”. Ora, Horkheimer lo ha tirato fuori lei, nel suo primo articolo, per iscrivere nella tradizione degli intellettuali allarmisti e poi smentiti dalla storia tutti coloro che osano criticare i media. È una mossa retorica elegante: costruisci una genealogia di pessimisti illustri, poi chiunque sollevi dubbi diventa automaticamente il nuovo Adorno in versione provinciale.

Peccato che io non mi sia mai iscritto a quella scuola, non l’abbia mai citata, e che le mie preoccupazioni non fossero filosofiche ma empiriche: bambini, algoritmi, dati, processi legali. Roba un po’ più concreta della Dialektik der Aufklärung. Lei mi ha messo una toga che non mi appartiene e poi mi ha chiesto di difendermi dall’accusa di portarla.

Lei scrive che mi spiace contraddirmi perché “se pensa che internet sia il male assoluto, la partita è persa”. Testuali parole. Peccato che io abbia scritto, nero su bianco e senza possibilità di fraintendimento: “non sto dicendo che internet sia il male assoluto.” Proprio così. Con tanto di virgolette preventive nel caso qualcuno avesse fretta. Lei ha risposto a una tesi che non ho sostenuto, demolendo un avversario che non esiste. È un risultato notevole: vincere un dibattito contro se stessi.

Lei dichiara con grande sicurezza che la sua metafora del coltello si ispira alle “più avanzate ricerche scientifiche sul tema”. Quali ricerche? Non lo sappiamo. Nessun autore, nessun titolo, nessun dato. Né nel primo articolo né in questo. Le ricerche esistono, fidatevi, sono avanzatissime, ma evidentemente riservate. Io nel frattempo ho citato l’OMS, ricercatori australiani, studi sui minori, un processo legale avviato nel 2025. Ma capisco: i dettagli fanno perdere l’eleganza del ragionamento.

Nel suo primo articolo lei citava Chesterton e Proust, scandalizzati dall’automobile a 50 km/h, come esempio di allarmismo storico ridicolo poi smentito dai fatti. Bene. Nel mio articolo ho usato l’automobile come esempio di tecnologia che ha richiesto decenni di regole — cinture, patenti, collaudi — per diventare accettabilmente sicura, e ho detto che i social invece sono stati lanciati su tre miliardi di persone senza
porsi nessuna di quelle domande. Nella sua risposta lei ha concordato che l’automobile è un buon esempio di tecnologia addomesticata grazie alla regolamentazione. Quindi: ha usato il mio stesso argomento per confutare il mio argomento. Un capolavoro circolare degno di un cerchio di Dante, anche se questo non era esattamente quello che lei intendeva.

Lei conclude con una battuta fulminante: siccome scriviamo su un giornale online, siamo forse tutti vittime e pupazzi di Zuckerberg o di Pichai? Brillante. Però c’è un piccolo dettaglio: io non ho mai detto che usare internet ci rende automaticamente vittime. Ho detto che un sistema progettato per massimizzare il profitto a spese della salute dei bambini non si risolve con la buona volontà individuale. La differenza è sottile, ma esiste. Come quella tra un coltello da cucina e uno stiletto avvelenato: entrambi tagliano, ma non per lo stesso scopo.

Caro professore, lei ha scritto un articolo in risposta al mio nel quale ha: cucito a me una tradizione filosofica che non ho rivendicato, demolito una tesi che non ho sostenuto, omesso qualsiasi riferimento scientifico pur invocandone l’autorità, usato il mio stesso argomento sull’automobile per confutarmi, e concluso con una domanda retorica la cui risposta era già nel mio testo.

Chapeau. Davvero. E ora, professore, devo confessarle una cosa. Una piccola cosa. Una cosina. Qualche settimana fa, su queste stesse pagine, è apparso un articolo sul futuro di Viterbo come città dei nomadi digitali. Lei lo ricorderà benissimo — perché lo ha letto, ha capito che era scritto da una macchina, e ha deciso di rispondergli lo stesso. Con tutta la sua autorevolezza di professore ordinario della Sapienza. Citando dati, correggendo il tiro, dialetticamente ingaggiando l’interlocutore con la precisione che la contraddistingue.

Quell’articolo lo ho fatto scrivere io a una intelligenza artificiale. L’ho fatto proprio perché lei sosteneva che il problema non è lo strumento ma chi lo usa. Volevo vedere cosa succedeva se il coltello cucinava da solo. E il coltello ha cucinato. Lei ha assaggiato. E ha chiesto il bis.
Ora, professore: lei mi chiede se sono preoccupato per l’AI. Sì, sono preoccupato. Sono preoccupato perché è uno strumento progettato da qualcuno che guadagna ogni volta che lo usiamo — anche quando lo usiamo per fare giornalismo, anche quando lo usiamo per rispondere al giornalismo, anche quando lo usiamo per fare a pezzi chi sostiene che sia pericoloso. Il coltello ha cucinato. Lei ha mangiato. E da qualche parte a Menlo Park qualcuno sta ancora ridendo. Gaudeamus igitur. 

Luigi Tozzi

 

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Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Sette vite spezzate in un lampo di fuoco e polvere.
Le più avanzate soluzioni tecnologiche oggi ci mettono a disposizione pacemaker e persino cuori artificiali, braccia e gambe meccanici che sopperiscono ad un handicap fisico, chip sottocutanei per pagare con il pos e aprire porte e siamo sulla buona strada per restituire la vista ai non vedenti ...
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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