

VITERBO – Venerdì scorso. Il tragitto è quello di sempre, la routine di ogni studente che vive la città: la discesa che porta nel sottopassaggio di Porta della Verità. Un passaggio obbligato per molti ragazzi, un corridoio urbano che dovrebbe essere presidio di sicurezza e che si è trasformato, in pochi istanti, in teatro di un agguato. Due ragazzi, una mossa fulminea, lo smartphone strappato dalle mani e poi il nulla. I due sono svaniti, inghiottiti dai vicoli del centro, lasciando la vittima con lo shock di una violenza subita e il senso di impotenza di chi si sente violato nel proprio spazio quotidiano.
“Fortunatamente non si è fatto male”, racconta il genitore, che sceglie di denunciare pubblicamente l’accaduto non solo per il dolore della vicenda personale, ma per un senso di responsabilità civica. Perché quello che è successo venerdì, sottolinea, “potrebbe succedere domani a chiunque altro”.
Ma è qui che la cronaca si fa beffa, trasformandosi in una denuncia contro l’inefficienza. All’indomani dell’accaduto, la famiglia si attiva. La speranza è riposta in quegli “occhi elettronici” che dovrebbero vigilare su chi transita nel sottopasso. Ma la doccia fredda è dietro l’angolo: dai primi accertamenti, pare che quelle telecamere siano poco più che ornamenti. Spente, forse non funzionanti, o peggio, assenti proprio laddove il bisogno di controllo è massimo.
È la Viterbo che arranca, quella del degrado che si insinua nelle pieghe della quotidianità. Un fenomeno, quello della microcriminalità giovanile, che ormai si sta allargando a macchia d’olio, colpendo i più vulnerabili. E non c’è più solo il furto, c’è la paura del contatto, la brutale violenza di chi, se provi a reagire, non esita a passare alle mani.
“Mandiamo i nostri figli a scuola sperando che siano al sicuro — si sfoga il genitore — e invece dobbiamo vivere con l’ansia che vengano aggrediti per strada”.
Una richiesta chiara, quella che si leva forte verso il Comune e le istituzioni: la sicurezza non può essere una facciata, una voce in bilancio o una promessa elettorale. La sicurezza deve essere reale. Le telecamere non possono essere fantocci, devono vigilare, devono servire da deterrente, devono permettere di individuare chi pensa di poter fare della città il proprio terreno di caccia.
La domanda che resta sospesa nell’aria viterbese è sempre la stessa: dobbiamo aspettare che accada qualcosa di ancora più grave, che la violenza superi il limite del furto, per capire che il controllo del territorio è il primo dovere di chi amministra?
I nostri figli hanno il diritto di camminare tranquilli verso scuola. Senza l’incubo di essere puntati, senza la paura che una semplice discesa si trasformi in una trappola. Perché una città che non protegge i suoi ragazzi è una città che ha già smarrito la sua strada.

















