
Omero Bordo tombarolo, predatore di tesori, artista, visionario. Uomo di fascino, schietto e avvincente. Uno che aveva sempre una buona storia da raccontare. Fuori dalla legge in gioventù, al servizio poi di chi ha costruito strategie per la difesa dal saccheggio delle tombe dipinte di Tarquinia. Artista indiscutibile. Tanto da godere dell’amicizia, per un periodo della sua vita, di Sebastian Matta.
L’ho incontrato un anno fa circa, nel suo territorio. Prima un po’ di chiacchiere in un bar, poi la visita guidata da lui in persona dentro Etruscopolis. Genio e sregolatezza, Omero Bordo. La sua voce ruvida mi ha raccontato diversi aneddoti, fornito suggestioni, avvicinato alla grandezza di un popolo che ha lasciato sul nostro territorio tesori dal valore inestimabile e non ancora compreso.
Bordo però l’aveva capito bene, aveva chiaro in mente quello che avrebbero dovuto e dovrebbero avere chiaro tanti amministratori dei nostri comuni. Quegli amministratori che camminano sull’oro ma non sanno muovere un dito per valorizzarlo.
Ricordo ancora una domanda che gli feci: “Omero, ma quante tombe hai scavato?”. Stavamo camminando dentro Etruscopolis, con le scarpe a pozzo nel macco. Lui si fermò, restò in silenzio trenta secondi. La risposta uscì fulminea, appena increspata dalla voce roca: “Quanti cazzi vuoi sapere, figlio mio”. Quindi ridemmo insieme. Lui forse non sapeva tutto di questo antico popolo, ma conosceva tanto. Anche dove stanno tantissime tombe, tutte da scavare. Conosceva i punti, questo me lo raccontò, perché aveva avuto modo di studiare le foto aeree scattate dagli inglesi della Raf su Tarquinia durante la seconda guerra mondiale.
Un mare di tombe etrusche, tutte piene di tesori e dipinti. Lui gli etruschi li era andati a cercare, sebbene da predatore di tesori. Aveva saccheggiato quel patrimonio ma dalla luce accesa nei suoi occhi era anche chiara un’altra cosa: lui gli etruschi li ha amati davvero.
Forse per questo aveva deciso di aiutare la Soprintendenza a fermare il saccheggio dei dipinti sulle pareti delle sepolture. Roba che negli anni Settanta e Ottanta tirava tanto sul mercato nero. Quanti ne staccavi tanti ne piazzavi. La Toscana, Milano, la Svizzera, etc.
Storia di canali e di contrabbandi, alcuni indicibili. Così Omero capisce una cosa: l’unico modo per evitare il saccheggio dei dipinti è drogare il mercato, aumentare l’offerta e inquinarla con la messa in circolo di falsi d’autore. Li realizza personalmente, uno dopo l’altro. Bruciando di fatto la piazza e riuscendo a rendere vani, perché i pezzi non potevano più essere piazzati, ulteriori strappi.
Ma la visione di Bordo si chiama Etruscopolis. Una città sotterranea che è un vero e proprio viaggio nella dimensione dell’antico e misterioso popolo. Si inventa imprenditore del turismo, in un territorio che non conosce ancora oggi questo linguaggio. Solo, come una cattedrale nel deserto, sfida tutto e anche se stesso. Il testamento di Omero è quello, la strada indicata è quella di puntare sugli etruschi come attrattore. Nessuno nel Viterbese l’ha ancora fatto davvero. Nessun sindaco, nessun altro imprenditore. L’ha fatto, da solo e lasciato solo, un ex tombarolo ruvido e intelligente.
L’ultima immagine che ho di Bordo è lui che corre verso la macchina con cui, dopo averlo salutato, stavamo con un amico tornando a Viterbo. Il passo incerto verso di noi, zoppicante, e la voce roca che ci chiama. Ricordo che scendemmo e vedemmo che era venuto lì per regalarci il libro della sua storia. Lo abbracciammo e andammo via da Tarquinia con la convinzione di avere incontrato un personaggio autentico. A questa autenticità vogliamo oggi rendere omaggio. Che la terra ti sia lieve, Omero.


















