

Edgar Morin ci ha lasciato, ma grazie alla sua magistrale opera critica non ci ha lasciato più soli. Lui c’è in ogni sfumatura del dibattito – di ieri e di oggi – sugli effetti della comunicazione di massa. Tra gli anni ’40 e gli anni ’60 ebbe grande presa sul pensiero sociologico e filosofico la contrapposizione tra gli apocalittici e gli integrati, come di definì Umberto Eco, cioè tra gli animosi “critici della società di massa” – di ispirazione marxista, da Fromm a Marcuse, da Horkheimer a Adorno – e i più speculativi “difensori della società di massa”, come Shils e Mc Luhan. Morin, pure da posizioni critiche, nel senso di voler andare a vedere le carte del progresso tecnologico e sociale sotteso all’esplosione dei massa media, si rende conto della complessità della società emergente nell’ultimo quarto del XX secolo ed è su questo tasto che batte il suo pensiero.
Già allora, come oggi accade con l’Intelligenza Artificiale Generativa, egli nota che lo sviluppo dei media non si poteva studiare da posizioni estremiste e preconcette che lo colpevolizzavano in sé, accusandolo di essere strumento di manipolazione al servizio del potere. Non a caso, dieci anni dopo l’uscita del suo famoso “L’industria culturale”, scoppiava il caso Watergate, avviato proprio da un quotidiano di massa come il Washington Post.
Secondo Morin, è vero che l’industria culturale produce miti e modelli di vita immaginari arricchendosi per questo, ma è anche vero che ciò accade per ogni attività “industrializzata”, cioè in un certo senso “globalizzata”, esistente su mercato. Una industria peraltro che, piuttosto che manipolare la gente, si adegua alle aspirazioni, ai desideri e ai bisogni del consumatore, in una complicata dinamica di inter-azione
dove ogni soggetto partecipante offre del suo e riceve da altri. Un’industria, insomma, che è luogo di produzione collettiva di un immaginario collettivo.
Così, Morin riconosce che il prodotto culturale non esiste in sé, ma è sempre l’esito di un processo, che ora si ferma a raccogliere e consolidare il successo delle sue strategie, ora si adegua alle aspettative del suo pubblico, ora standardizza e ora innova, purché il mercato resti sempre vivo e in movimento. Questa è la complessità del fenomeno mediatico, secondo Morin: una complessità che viene da lontano perché attiene al funzionamento della società come sistema dinamico e ad un processo di costruzione di senso che è sempre in evoluzione. La cultura di massa, quindi, non è un prodotto mediocre, ripetitivo e di bassa lega, come qualche intellettualoide da operetta è pronto aristocraticamente a ritenere; è un insieme di fatti che si intersecano sotto la spinta di processi di varia natura, di conservazione e di cambiamento, di standardizzazione e di individualizzazione.
Un insegnamento, quello di Morin, che non vale solo nel giudicare i mezzi di comunicazione di massa di ieri e di oggi. Vale anche per chi vuole “fare cultura”, ad ogni livello del vissuto sociale, che invita a non cullarsi sugli allori e a produrre sempre nuove forme di comunicazione e più incisive narrazioni del bene comune.

















