
ORTE – A Orte e in vaste aree della Tuscia l’acqua che esce dai rubinetti non è regolarmente potabile. Non si tratta di un disservizio occasionale né di un’emergenza improvvisa: è una condizione strutturale che si ripete ciclicamente, certificata da ordinanze comunali di divieto all’uso potabile, che vietano ai cittadini di bere, cucinare o utilizzare l’acqua per fini alimentari.
Una situazione paradossale e ormai normalizzata, che riguarda non solo Orte ma numerosi comuni del Viterbese, e che chiama in causa responsabilità ambientali, gestionali e istituzionali. Le cause della non potabilità sono ampiamente conosciute. In molte zone della provincia l’acqua presenta concentrazioni elevate di arsenico e fluoruri, elementi legati alla geologia vulcanica del territorio. Un dato naturale, certo, ma non imprevedibile né inevitabile.
Proprio perché noto da decenni, il problema avrebbe richiesto investimenti strutturali adeguati: nuovi sistemi di captazione, impianti di trattamento efficienti, una rete idrica moderna. Invece, anno dopo anno, si è fatto ricorso a deroghe, proroghe e ordinanze temporanee, trasformando l’eccezione in regola.
A pesare è anche lo stato delle infrastrutture. Le reti idriche della zona sono spesso obsolete, soggette a perdite elevate, con difficoltà a garantire una qualità costante dell’acqua distribuita. A questo si aggiungono le criticità legate alla gestione del servizio idrico integrato da parte di Talete S.p.A., più volte finita al centro di polemiche politiche e proteste dei cittadini. Il nodo non è solo tecnico ma anche di trasparenza e di equità: i cittadini continuano a pagare bollette a tariffa piena anche quando l’acqua non può essere bevuta, mentre l’informazione sulla qualità del servizio arriva spesso in modo frammentario o tardivo.
La non potabilità non è una questione di gusto o di colore dell’acqua, ma di salute pubblica. L’esposizione prolungata ad alcuni contaminanti, come l’arsenico, comporta rischi sanitari seri, soprattutto per bambini, anziani e soggetti fragili. È per questo che le autorità sanitarie intervengono con divieti formali. Ma un divieto reiterato nel tempo pone una questione politica e civile: può un territorio convivere stabilmente con un servizio essenziale non garantito? E può farlo senza prevedere compensazioni, alternative strutturate, riduzioni tariffarie?
Oggi, nella Tuscia, la risposta sembra essere affidata alla responsabilità individuale: acqua in bottiglia, costi aggiuntivi, disagi quotidiani. Una soluzione che accentua le disuguaglianze e scarica sui cittadini il peso di un problema collettivo. La vicenda dell’acqua non potabile a Orte e nel viterbese è lo specchio di una più ampia difficoltà di governo del territorio. Non bastano interventi tampone né annunci episodici: serve una strategia di lungo periodo, fondata su investimenti reali, competenze tecniche e coordinamento tra Comuni,
Regione e gestore del servizio.
L’acqua non è un favore né una concessione: è un diritto fondamentale. Continuare a considerare accettabile la sua non potabilità significa rassegnarsi a un’idea di cittadinanza ridotta, soprattutto nelle aree interne. La Tuscia merita di più di ordinanze ripetute: merita soluzioni definitive.



















