4 novembre, pochi militi e troppi ignoti. Cronache provinciali di una cittadinanza che non c'è più
ignoto
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EDITORIALE - I miei antenati erano al Piave. Al Piave. Il 24 mormorava, poi, oltre le trincee, la rotta di Caporetto e "il sangue che l'aveva fatto rosso". Così raccontava mia nonna, figlia di italiani che erano stati al fronte. 

EDITORIALE – I miei antenati erano al Piave. Al Piave. Il 24 mormorava, poi, oltre le trincee, la rotta di Caporetto e “il sangue che l’aveva fatto rosso”. Così raccontava mia nonna, figlia di italiani che erano stati al fronte. 

Fu un massacro. Nel 2021 la retorica è un vecchio arnese quindi non ci sperticheremo a montare parole vuote e imbellettate di significanti come “gloria”, “onore” e similari. Fu però un fatto capace di segnare la storia e la vita e quell’olocausto ha permesso quell’angolo di paradiso dell’umanità e giardino di speranza che oggi è l’Italia e l’Europa. 

Nel 1921 uno dei tanti corpi senza nome, recuperati dal fronte e scelto da una madre, attraversa mezza Italia e arriva a Roma. Passerà alla storia come il milite ignoto. Cento anni fa un treno unisce il Paese, il corpo di un uomo diventa simbolo e memoria. 

Questo 4 novembre, giorno della fine della Grande Guerra, che arriva a cento anni dal passaggio del milite ignoto dovrebbe essere un giorno del pensiero. Per farlo però, per renderlo possibile, sarebbe necessario battere alla larga dalla retorica vuota e celebrativa. Dovremmo riattualizzare il fatto e trovare nuova energia positiva e utile. 

Sarebbe, riteniamo, pensare a quanti pochi “militi” troviamo nelle nostre strade e piazze e uffici e posti di lavoro e alla grande abbondanza di ignoti, di persone ripiegate sul proprio minuscolo particolare. Cosa ognuno sta facendo per rendere il posto dove vive migliore? Quanto ognuno di noi è milite? Quanto ignoto? 

Serve a poco mettere la bandiera fuori la finestra, se non a fare apparenza. Quanto del senso di quella bandiera portiamo nella vita di ogni giorno? 

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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Le più avanzate soluzioni tecnologiche oggi ci mettono a disposizione pacemaker e persino cuori artificiali, braccia e gambe meccanici che sopperiscono ad un handicap fisico, chip sottocutanei per pagare con il pos e aprire porte e siamo sulla buona strada per restituire la vista ai non vedenti ...
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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