
EDITORIALE – Sei milioni di persone uccise nei campi di concentramento. Il discrimine l’essere di religione ebraica. Un fatto strumentale per canalizzare l’odio delle masse, mettere sul tavolo un nemico e svuotare di senso lo stato, la politica, l’uomo.
Uno schema di potere, un laboratorio di una forma particolare di tirannia che i politologi e gli storici hanno etichettato come totalitarismo. La variante nazista fu ferocissima ma non l’unica. Fu incasellata negli anni trenta e quaranta del secolo scorso ma questo non dà alcuna garanzia sul non ritorno.
Quanto accaduto, a distanza di più di settanta anni, fa male. Non fa male solo a chi ha subito ma a tutti gli uomini e le donne che credono nella dignità e della sacralità della persona. Ascoltare le storie dei sopravvissuti raschia l’anima. In queste ore ho ascoltato il racconto di Sami Modiano, uno dei più significativi testimoni di quanto accadde a Birkenau (il cosiddetto Auschwitz 2). Non sono stato in quel campo ma, in questi giorni, mi sono fatto raccontare da amici che ci sono andati.
Voglio andarci, portarci mia figlia. Voglio piangere ad Auschwitz Birkenau. Piangere per l’uomo. Non solo per gli ebrei. A loro vanno le mie lacrime più vere, di condivisione del dolore. Pensare a quei numeri tatuati, a quelle montagne di occhiali, di capelli tagliati, di scarpe. A quelle camere a gas e a tutto quello che lì gli è accaduto fa male ancora oggi. Farà male sempre.
Ma ad Auschwitz Birkenau non si può piangere una sola volta. Bisogna piangere due volte. Una per il popolo ebraico. L’altra per i nazisti. Lacrime di orrore, mostruose. Lacrime di un dolore profondo per quanto hanno fatto e di paura per quello che l’uomo è capace di fare.
Il nazismo come una sorta di stregoneria, in mano a un diavolo tutto tecnica manipolatoria e delirio. Bisogna piangere dei nazisti, proiezione orribile dell’uomo. Mostri. Capaci di levare il sonno ancora oggi, non per la pericolosità ma perché testimoni di quale basso livello si può raggiungere. Il nazismo fa paura perché non lo capisci. Ti chiedi, quando sei lucido, come sia stato possibile. Il trucco però è semplice e quindi pericoloso: un nemico per compattare, un capo per raccontarsi che tutto può risolvere, qualcuno da perseguitare e a cui togliere case, mobili, oro.
Il 27 gennaio è il giorno della memoria, del ricordo. Attenti alla retorica però perché si ricorda poco senza un tentativo di comprensione. E oggi è giusto sì rendere omaggio alle persone morte nei campi ma è ancora più necessario guardare a chi era il nazista e chiedersi “se questo è un uomo”. Ribaltando la logica del grande Primo Levi e rendendogli forse così ancora più omaggio.


















