
INSIDE – Il 14 maggio per molti è una data qualunque sul calendario. Ma non per chi ha il sangue che scorre tra i vicoli di Marta e le acque del Lago di Bolsena. Per questa gente, è la Pasqua di Marta. Non lo dico io, o meglio, non lo dico solo io. Lo ha definito così Don Roberto Fabbiani, che ho avuto il piacere di intervistare nella mia trasmissione “Non più di Mezz’ora” su Radio Samarcanda. Insieme a lui e alla storica Maria Irene Fedeli, abbiamo cercato di sviscerare cosa significhi davvero la Festa della Madonna del Monte per la comunità del borgo dei pescatori.
Una sinfonia di sacro e profano
Ogni anno, grazie alla regia dell’amico Riccardo Mameli che mi segue da Roma, porto ai microfoni le storie del nostro territorio stando collegato da casa. Ma parlando della Madonna del Monte, l’emozione ha rotto lo schermo. Ho chiesto a Don Roberto: “Cosa si prova a vedere un’intera comunità quasi impazzire per questa festa?”. La sua risposta mi ha colpito: è una bellezza che si rinnova ogni volta con freschezza. È un popolo intero – una famiglia – che si riconosce in un’unica Madre. Dalla sera del 13 maggio, il cuore di ogni Martano inizia a vibrare all’unisono. Qualcuno potrebbe pensare che il fragore, i suoni e il caos della festa contrastino con la preghiera. Don Roberto, invece, mi ha spiegato che quel “rumore” è l’identità stessa della festa: sacro e profano diventano un’unica invocazione.
Non c’è sforzo nel tenerli insieme, perché sono le due facce della stessa anima. Il momento della commozione: la benedizione in piazza
C’è un istante, tra i mille della giornata, che tocca corde profonde. Don Roberto si è quasi commosso, anche io, nel descrivermelo: la benedizione dalla finestra del Palazzo Comunale. “È il dono dei doni”, mi ha detto. In quel momento, con la piazza gremita davanti a sé, il parroco non vede solo fedeli o turisti, ma vede il cuore pulsante di Marta che riceve l’intercessione della sua Madonna.
Tra storia e leggenda: perché “Barabbata”?
Con Maria Irene Fedeli, bibliotecaria del Comune, siamo invece andati alle radici storiche. Molti conoscono la festa come la Barabbata, ma sapevate che non è esattamente un complimento? Il nome originario è Festa della Madonna del Monte, diventata poi Festa delle Passate dopo un evento del 1704. Il termine “Barabbata” nacque invece dopo l’Unità d’Italia, quando al corteo si unirono gli artigiani che, scherzando e facendo chiasso con i loro attrezzi, attirarono le critiche dei forestieri. Fu lo storico Teodorico Ruspantini nel 1892 a “bollare” ufficialmente la festa con questo termine, stigmatizzando quel comportamento così verace e, forse, un po’ troppo esuberante per l’epoca.
Il rito che si ripete da quattro secoli
Tutto inizia quando è ancora buio. Alle 4:30 del mattino, mentre il Lago di Bolsena è ancora avvolto dalla nebbia, il rullo dei tamburini rompe il silenzio. Non è una sveglia di cortesia: è il segnale che il tempo sacro è iniziato. È il richiamo alle armi della devozione. Da quel momento, il borgo smette di essere un luogo geografico e diventa un teatro.
Alle 9:30 parte il lungo corteo che salirà verso il Santuario. Vedrete i “Passanti” nelle loro categorie storiche – Casenghi, Bifolchi, Villani e Pescatori – con gli abiti della tradizione e i frutti della nostra terra e del lago. Una volta giunto al Monte l’intero corteo, e dopo la santa messa, avranno luogo le «Passate»: il momento clou nel Santuario, dove gli uomini sfilano davanti all’immagine della Madonna al grido di «Evviva Maria, sia lodato il Santissimo Sacramento!».
Un ringraziamento speciale va al Direttivo del Comitato Festeggiamenti — al presidente Francesco Tarquini, al segretario Biagio Peroni e al tesoriere Aldo Ronca — per aver reso possibile questo racconto. Il 14 maggio non si spiega, si vive. Il mio è un invito a partecipare e a raggiungere Marta, per sentire quel battito del cuore che rende unica questa festa.
©MaurizioDiGiovancarloTusciaFotografia




























