
VITERBO – Bisognerebbe partire da una cosa semplice: dire grazie ad Armando Malé e a chi gli è stato vicino nell’ideazione e realizzazione per oltre trent’anni di San Pellegrino in Fiore. Ma dire grazie è la cosa più difficile in una città litigiosa, invidiosa e piccola sotto tanti punti di vista come Viterbo.
In queste ore, in una bella intervista su Tusciaweb, Malè è tornato a parlare della sua “creatura”. Un qualcosa che nella ultraprovinciale Viterbo è riuscita, per lunghissimi anni, a regalare una possibilità di vivere la città stupendosi del bello e delle potenzialità che avrebbe. L’ha fatto con i fiori, generando anche un mercato e un indotto economico.
In questo 2023 il capoluogo della Tuscia sembra invece destinato a perdere questo pezzo, ormai storico, della propria offerta. Un passo davvero insensato. E difficilmente può essere ragionevolmente giustificato con lo scarso tempo a disposizione per organizzare (perché Palazzo dei Priori non si è mosso prima?) e con la mancanza di soldi (cosa significa?).
A certificare “il non essere” sarebbe stato l’assessore al marketing territoriale Silvio Franco. Forse avrà le sue ragioni e magari sarebbe il caso raccontasse alla città il suo piano, la sua strategia, per promuovere davvero Viterbo. Francamente non riusciamo a capire come si possa potenziare un territorio sul fronte promozione “cassando” uno dei suoi prodotti che più ha funzionato nei decenni. McDonald smetterebbe mai di vendere il BigMac, uno dei suoi panini di maggiore successo? Esisterebbe mai un responsabile del marketing dell’azienda che potrebbe avere l’idea di dare una simile indicazione? La risposta è no e il motivo è semplice: si tratterebbe di una indicazione tecnicamente sbagliata e un tecnico non può dare indicazioni tecnicamente sbagliate.
Allora perché il tecnico del marketing territoriale scelto da Chiara Frontini non si è stracciato le vesti di fronte alla sola ipotesi di “cassare” San Pellegrino o Viterbo in Fiore? Francamente ce ne sfugge la ragione, tecnicamente non riusciamo a comprenderla. E non la capiamo per un motivo semplice: è sbagliata. E non ci sono tempi e soldi che tengano. E vorremmo essere rassicurati sul fatto che non sia arrivato dentro Palazzo dei Priori il virus del “mi piace” “non mi piace” a drogare decisioni che dovrebbero essere prese in maniera lucida. Anche perché il “mi piace” e il “non mi piace” sono robe molto tossiche, poco professionali e foriere di danni straordinari.
Al tempo stesso ci sfugge la logica secondo cui un sindaco visionario come Chiara Frontini, che punta a candidare Viterbo a Capitale Europea della Cultura (operazione giustamente costosa e complessa), arrivi a non riuscire a programmare un qualcosa che, con tutto il rispetto, è riuscito a fare e organizzare per trent’anni un uomo che, non ce ne voglia e comprenda le nostre buone ragioni di determinate affermazioni, del marketing conosce poco e niente come Armando Malè (che ancora ringraziamo).
Viterbo in Fiore va fatta, va pubblicizzata, va continuata. Si mettano a frutto le buone energie e intenzione dei volontari che si sono fatti avanti in queste ore e si convogli la loro energia dentro quel contenitore storico. Si chiami magari l’alieno americano Giulio Della Rocca che qualcosa sul genere deve averla capita se è arrivato a fare nascere Tuscia in Fiore. L’assessore Franco, dopo i fatti del recente Natale e gli ultimissimi su San Pellegrino in Fiore, renda pubblica la sua visione e strategia sulla città. Non vorremmo trovarci il 30 agosto con un altro annuncio alla stampa dove magari si fa presente che il Trasporto non si farà e che le cene dei facchini non sono in sintonia con un’idea del centro storico di un certo tipo. Di che tipo di idea si tratti però non è ancora oggi così chiaro.


















