Giovani della Tuscia dove siete? – David Crescenzi: “Basta a chi ci vede come mano d’opera a basso costo”

Giovani della Tuscia dove siete? – David Crescenzi: “Basta a chi ci vede come mano d’opera a basso costo”

Dove sono? Cosa pensano? Cosa possono fare per decidere il futuro del territorio le giovani generazioni e perché non lo stanno sostanzialmente facendo, rimanendo al margine dei luoghi delle decisioni. La Fune ha aperto uno spazio di riflessione e dibattito sull’argomento, invitando sostanzialmente tutti a intervenire. Basta scrivere il proprio intervento a [email protected]

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Dove sono? Cosa pensano? Cosa possono fare per decidere il futuro del territorio le giovani generazioni e perché non lo stanno sostanzialmente facendo, rimanendo al margine dei luoghi delle decisioni. La Fune ha aperto uno spazio di riflessione e dibattito sull’argomento, invitando sostanzialmente tutti a intervenire. Basta scrivere il proprio intervento a [email protected]

Cerchiamo il parere di giovani amministratori, di persone di altre generazioni. Politici, giornalisti, pezzi di società civile. Ci interessano tutti i pareri. Ecco una riflessione inviata in redazione dal giovane viterbese David Crescenzi, dottorando in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Perugia. 

 

 

Quando ho scritto il pensiero che è stato poi raccolto da La Fune nel mare magnum dei social, non pensavo che avrebbe contribuito ad alimentare un così interessante dibattito sulla mia generazione. Si trattava, come spesso mi capita, di un messaggio in bottiglia lasciato alla deriva, uno sfogo che nasceva da un’inquietudine e un’amarezza diffusa di cui mi sentivo e mi sento pienamente al centro insieme a tanti coetanei.

Del resto, nonostante le sensibilità di quelli della mia generazione siano talvolta assai distanti, sembra esserci un tratto comune nelle nostre esperienze. Un sentimento più di ogni altro le attraversa, le compenetra e le segna, trascendendo il fatto di avere o meno un’occupazione gratificante (che non si identifica necessariamente con il mitologico impiego a tempo indeterminato, ma, soprattutto, con una qualche attività capace di donare una prospettiva di crescita professionale, qualificante e non degradante).

Ebbene, quel sentimento comune è la rabbia. Infatti, per quanto lo si possa nascondere, in primo luogo a noi stessi, quello che proviamo è proprio rabbia. Rabbia verso chi non capisce che noi non chiediamo elemosine o aiuti paternalistici, ma soltanto di poter liberamente disporre del nostro destino, dicendo la nostra in qualunque sede dove si decide dei nostri interessi.

Forse, a questa idea apparentemente banale, alcuni furbi potranno storcere il naso, e parlo specialmente di quelli inclini a vederci come mano d’opera silente a basso costo (in certi mondi lavorativi) o come pretoriani obbligati a dire sempre di sì e buoni solo per fare gli attacchini (in certi mondi politici). Per non parlare poi di quei governanti che, per giustificare il loro diritto di commissariarci, tendono a evocare casi stereotipati di particolare efficacia (quelli del giovane-vecchio, del giovane-lavativo, del giovane-piagnone) allo scopo di usarli subdolamente per etichettare un’intera generazione.

D’altro canto, per suffragare questo processo di umiliazione generalizzata, basta indirizzare l’attenzione verso la vistosa insipienza di certi giovani-mostri resisi particolarmente appariscenti, vuoi perché eretti a modelli dai media-spazzatura, vuoi per il fatto di imperversare su internet a dispensare perle di straordinaria (e talvolta disumana) ignoranza.

Beh, a me non sono mai piaciute le generalizzazioni, ancor meno quelle così volgari da elevare il caso “eccezionale” (il giovane viziato o comunque vuoto) a “regola”. Magari, questo non emerge dalle esternazioni retoriche di chi, nei mondi di cui sopra, pratica sistematicamente lo svilimento dei giovani: anzi, a chiacchiere, il furbo è per definizione il migliore degli imbonitori. Tuttavia, l’atteggiamento che ora denuncio, nella sostanza delle cose, esiste eccome e talvolta si fa scudo dietro l’argomento di comodo che gli arroganti saremmo noi, che pretenderemmo troppo e non avremmo l’umiltà di ascoltare i consigli di chi è più saggio di noi. Sapete che mi viene da rispondere? Ben vangano i “saggi”, ma che non si spaccino per tali i “furbi”!

Ora, io non sono un rappresentante delle istituzioni e non ho titoli particolari di cui penso di potermi fregiare. Sono uno dei tanti. Però, nella mia pur breve esperienza, ci sono alcune convinzioni cui sono progressivamente giunto. Ditemi voi se le trovate verosimili o familiari.

La prima è che le generazioni che ci hanno preceduto hanno una responsabilità corale, quella di essere vissute ben al di sopra delle loro possibilità ipotecando il nostro domani (molti adesso parlano di “onestà” ma fino a ieri erano gli stessi pronti a vendersi al miglior offerente nella convinzione che gli “aiutini” – vedi posti di lavoro pubblico inutili – se li meritavano, salvo riscoprirsi araldi della legalità e della meritocrazia quando non ottenevano ciò che speravano).

La seconda convinzione è che quelle stesse generazioni, nel mentre la finanza pubblica andava a rotoli e rendeva impossibile perpetrare i pregressi stili di vita, hanno cominciato a trasformare la loro incapacità di rinnovarsi in un diabolico senso di crisi permanente che, alle volte, prendeva la forma dell’autocommiserazione collettiva attribuendo ogni responsabilità dei mali del presente ad altri (l’Europa, la globalizzazione e gli immigrati, sempre in bocca a certi eredi della destra e non solo), altre volte, assumeva le vesti del senso di colpa collettivo perché i cattivi saremmo irrimediabilmente noi tutti (occidentali, europei e italiani) e gli altri sarebbero sempre i buoni (una posizione, questa, che io ritrovo sia in alcuni eredi del cattolicesimo che della sinistra, entrambi sorprendentemente riuniti in una sorta di lega di moderni auto-flagellanti).

È su queste basi che, nella mia prima riflessione ripresa da La Fune, ho ventilato che le nuove generazioni, in realtà, avrebbero la possibilità di diventare migliori di quelle che le hanno precedute: infatti, ho fiducia che, incontrandosi, parlandosi e confrontandosi viso a viso, possano prendere coscienza dell’ottuso fatalismo che ci viene ora instillato e trovare soluzioni serie (e non semplicistiche) ai problemi complessi di quel domani che, come ha scritto Luca Profili, è anche di noi trentenni e ventenni.

Peraltro, in vista di questo obiettivo, va chiarito che la responsabilità collettiva delle generazioni di ieri non può e non deve farsi strumento di delegittimazione dei singoli esponenti di quel tempo. Del resto, come penso sia capitato a tutti, negli anni ho avuto la fortuna di imbattermi in persone fra loro molto diverse, di qualunque età, e non è davvero intenzione di quelli come me bandire una crociata indiscriminata fra e contro le generazioni per travolgere nel vortice di meschine generalizzazioni uomini e donne di grande valore che, indipendentemente dal dato anagrafico, hanno davvero qualcosa da insegnarci, sia nella politica, che nel lavoro, che nella vita quotidiana.

Le semplificazioni cieche e i processi da bar lasciamoli alle scimmie urlatrici del populismo nelle sue diverse salse. Semmai, mi piace approfittare di questo spazio per chiedere a coloro che non intendono rendersi complici dell’ennesimo processo di mortificazione dei più giovani, che non si rivolgono a loro con la vocetta cretina come si fa con certi animaletti domestici, di profondersi in uno sforzo sincero e corale: al di là del dibattito sulle politiche per i giovani (che non vi è qui il tempo di approfondire), a priori, prendano coscienza che noi non chiediamo pacche sulle spalle o sterile assistenzialismo, ma solo di non essere intralciati mentre prendiamo in carico le nostre responsabilità di individui e membri del corpo sociale.

A questo proposito, sinceramente, mi sento di rivolgere un invito non già alle Istituzioni, ma alle famiglie, spesso abituate a pensare che esistano solo i lavori dell’avvocato, del medico o dell’ingegnere. A loro vorrei chiedere di avere fiducia nelle scelte professionali dei loro figli, senza etichettare come fallimento un percorso che, semplicemente, non conoscono. Infatti, cari genitori, questo tipo di atteggiamento avvilisce i figli, anche quando con orgoglio rabbioso vi tuonano contro che andranno comunque avanti per la loro strada, con o senza il vostro consenso.

Siete voi, famiglie, gli unici alleati che i giovani avranno quando muoveranno i loro primi passi nei mondi del lavoro e, magari, anche della politica, dove avranno già grandi difficoltà a distinguere le brave persone dai lupi, quelle che vogliono davvero valorizzare le nuove leve da quei furbi che mirano a trasformare noi giovani nel fallimento umano che essi sono già diventati. Quindi, senza abdicare il ruolo di genitori che implica sicuramente il confronto (anche acceso), e senza commettere l’altro errore di non esercitare quel ruolo (dicendo sempre di sì), abbiate anche la delicatezza di capire che arriva un momento in cui perfino voi potreste rendere più gravoso il fardello di un figlio che, con fatica, tenta di farsi protagonista della sua vita. Le vostre aspettative non hanno il diritto di trasformarsi in un destino che non vi appartiene.

Siate consapevoli che la maggior parte di noi, lungi dall’identificarsi con la maschera del giovane sconclusionato, il futuro lo sta costruendo e non subendo.

Detto questo, mi piace concludere con alcune considerazioni tratte dalle Memorie di Adriano, dove la scrittrice Marguerite Yourcenar immaginava che il grande imperatore, scrivendo una lettera a un Marco Aurelio ancora diciassettenne, gli raccontasse che essere stati giovani fosse stato davvero emozionate, perché è quella una stagione in cui si è “impazienti” di prendere le redini del “presente” ancorché “incerti dell’avvenire”, una fase in cui ci danniamo per evitare di trovarci a scoprire, un giorno, di aver trascorso una “vita meno vasta dei nostri progetti e più opaca dei nostri sogni”.

Capite? È questo il tempo in cui siamo ancora capaci di sognare, ma non come a 10 anni, perché ora abbiamo la maturità di intravedere quello che potremmo davvero realizzare, senza per questo perdere il senso del pragmatico e del reale. D’altronde, ove occorresse, con il tempo e il sostegno non invasivo di chi tiene a noi, sapremo anche rimetterci in discussione e adattare ciò che sogniamo oggi in una visione più consona alla realtà di domani. Ma il fuoco che abbiamo dentro ci impone di pensare che la regola, e non l’eccezione, sia quella per cui devono essere i nostri sogni a dover cambiare il mondo e non il contrario. E se proverete a portarci via questo, a trasformarci in quello che non siamo e non vogliamo essere, ci perderete, perché noi ci opporremo, civilmente ma con rabbia.

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