

Salvo probabili e fastidiosi rinvii per maltempo, nella Tuscia sta per entrare nel vivo il Carnevale. A partire da quello storico di Ronciglione, passando per Civita Castellana e Bassano Romano, ma anche per il litorale con Montalto di Castro e Tarquinia e in tanti altri centri, fino al 17 febbraio – martedì grasso – sarà un susseguirsi di sfilate di carri allegorici, gruppi mascherati e festeggiamenti di vario genere (per i dettagli sui programmi c’è www.movemagazine.it).
A Viterbo città, a parte una festa per bambini nel centro storico, si registra poco o nulla. D’altronde la tradizione carnevalesca nel capoluogo, seppur esistita in passato e ogni tanto riaffacciatasi anche in tempi recenti, non è mai stata forte. Insomma non siamo né Venezia, né Viareggio, né Putignano, per capirsi. E non siamo nemmeno Ronciglione.
Tuttavia la tradizione del Carnevale nelle nostre zone affonda nella notte dei tempi. C’è chi fa risalire le sue origini addirittura ad antichi rituali etruschi. Le celebri tombe di Tarquinia, infatti, ci hanno lasciato testimonianza di una figura particolare: il phersu, un individuo danzante con maschera dalla lunga barba (e phersu in etrusco sta appunto per “maschera”) in crudeli scene di combattimento ma anche in contesti di natura ludica. Così il phersu potrebbe essere l’antesignano di Arlecchino e Pulcinella.
In epoca romana, sono tante le feste dal carattere licenzioso, in cui, almeno per una volta all’anno, i popolani potevano sovvertire le gerarchie sociali e farsi beffe dei padroni. Tanto che nell’antica città di Fescennium, identificabile con Corchiano, si svolgevano feste agricole di ringraziamento per il raccolto, dove c’era l’usanza di scambiarsi dei versi molto scurrili. Sviluppatisi verso il II secolo a.C., tali versi furono chiamati fescennini e sono considerati la prima forma di arte drammatica latina.
Con l’avvento del cristianesimo, il Carnevale perse molte delle sue caratteristiche orgiastiche. La stessa parola deriva dal latino carnem levare (“eliminare la carne”), espressione con cui anticamente si indicava il banchetto tenuto prima della Quaresima, periodo di astinenza e digiuno, in base alla quale il periodo della celebrazione del Carnevale varia di anno in anno.
Il Carnevale come lo intendiamo oggi nel nostro territorio (e che non manca di alcune maschere tipiche, come i Nasi Rossi ronciglionesi o il Bucèfere di Grotte Santo Stefano, oppure il domino, tipico costume nero tutto viterbese), può considerarsi una derivazione del Carnevale romano di epoca rinascimentale e barocca. Lo studioso Quirino Galli ne ha ripercorso la storia nel libro “Storia di Carnevale dagli archivi della Tuscia viterbese” (edito da Hoepli), raggruppando notizie e documenti che vanno dal 1214 al 1940.

















