
IL CORNER DEL PROFESSORE – Il mio amico Maurizio di Giovancarlo analizza sulle pagine de La Fune, una sorta di inevitabile declino di quelli che lui definisce i “gusci vuoti”: i borghi antichi della terra nascosta tra Roma e Toscana. Analisi almeno condivisibile se non addirittura futuro segnato per una terra amata da Dio ma trascurata dagli uomini.
Che sia una landa fortunata non ci sono dubbi: la migliore qualità dell’aria d’Italia, bellissimi borghi sospesi nel tempo, ricchezza enogastronomica seconda a nessuno, mare laghi e montagne. Paesaggio incontaminato che abbraccia la vita di tutti dal primo giorno di nascita come la migliore delle mamme.
Maurizio indica le comunità che animavano i borghi come a rischio estinzione accettando il decremento demografico nazionale come variabile di causa. Forse. Forse no. Non che non abbia ragione, ma manca un tassello. Mi vengono in mente Vitorchiano, Villa San Giovanni in Tuscia e il Regno di Babbo Natale.
Cosa hanno in comune? Una persona che li guida: i sindaci Ruggero Grassotti e Fabio Latini rispettivamente e Giorgio Onorato Aquilani. Realtà dinamiche e in espansione. Capaci di attrarre nuovi cittadini o ospiti da tutta Italia. Generatori di economia e benessere. I paesi sono in
aumento demografico e il Regno ha cambiato la micro economia della zona.
Perché metto l’accento sulle persone? Qui sono in disaccordo con Maurizio: il neo rinascimento del XXI secolo deve necessariamente partire da persone con un grande sogno ma capaci di fare molto bene tutti i giorni. Sto provando a cambiare il punto di vista, non si deve partire da
loro o voi, giovani o istituzioni. Il pronome da usare è noi, detto in maniera chiara forte e insindacabile. Ognuno deve iniziare, nel proprio piccolo, un processo che porti l’individuo alla felicità e la comunità al successo.
I tempi della manna dal cielo sono passati. Dobbiamo sentire la responsabilità sulle nostre spalle. Ai giovani, credo, dobbiamo chiedere scusa. Non solo abbiamo creato le condizioni per farli scappare ma, adesso che noi siamo nell’età delle decisioni, insistiamo nel dire loro di andare via dall’Italia. Guai a farli lavorare nei weekend e nelle estati. Addirittura strilliamo ai professori che li puniscono. Risultato? Generazioni senza sogni e facili prede di variabili rischiose.
Nonostante quello che dicono gli psicologi, è solo colpa nostra. Le istituzioni ci riflettono, del resto come potrebbe non essere così. L’amico Maurizio fa bene ma pensa ancora in termini di “voi-loro” non in quelli di “noi”. Il mio personalissimi micro pubblico sui social va da 45 anni in su. Praticamente nessun giovane. Quasi tutti si lamentano, sono avvelenati, inveiscono continuamente contro ogni segnale di cambiamento.
Definirli reazionari è forzare la mano. Sono la pietra dello scandalo. Dovrebbero essere nel periodo della vita in cui gli ormoni non sono più dominanti eppure parlano sempre da vittime di tempeste ormonali. Sia chiaro: adesso che siamo grandicelli dobbiamo prendere le decisioni, non subirle. Tra l’altro la nostra generazione è quella che partecipa di più ai voti elettorali. Votiamo sempre il cugino o l’amico, mai il più intelligente. Cosa ci aspettiamo dalle istituzioni?
La domanda è sempre e solo una: cosa abbiamo fatto per cambiare quello che non ci piace? Ovviamente la risposta non deve coniugare il verbo “guadagnare di più”. Va bene ambire al meglio per se e per la propria famiglia, ma confondere le proprie aspirazioni economiche col
contributo per rendere la società migliore o i gusci di Maurizio meno vuoti non è solo errore macroscopico, è la radice del problema. Una sola aggiunta: Per mantenere la qualità della nostra vita altissima, dobbiamo imparare a dire noi, non voi.


















