

VITERBO – Bisogna farsene una ragione: il mondo cambia, anche a tavola, e non c’è reazione borbonica che tenga. Sabato 13 e domenica 14 giugno, il Parco del Paradosso di Viterbo si trasforma in un avamposto del futuro, o almeno di quello che gli organizzatori chiamano “Vegan Village”. Un evento, ci dicono, itinerante, etico e, manco a dirlo, sostenibile.
Ora, chi conosce le mie abitudini sa bene che sono sempre stato un cultore della sostanza, e che certe sofisticazioni gastronomiche mi hanno sempre lasciato un filo perplesso. Eppure, osservando questo programma, c’è qualcosa che cattura l’attenzione. Non è la solita fiera di parrocchie o il banchetto delle pie donne. Qui si fa sul serio. Si vuole dimostrare che il “veganesimo” non è una setta di asceti che masticano radici, ma una proposta gastronomica che ha l’ambizione di sedurre il palato del peccatore comune.
Ci saranno spaghetti alle “vongole” senza vongole, carbonare che hanno rinunciato al guanciale e kebab che, a sentirli descrivere, parrebbero sfidare le leggi della fisica. C’è perfino il “pollo” alla romana, che per un romano vero suona quasi come una bestemmia, ma che qui viene declinato in salsa vegetale. Insomma, un’operazione di travestimento gastronomico che, se non altro, richiede una fantasia non comune.
Ma non si vive di solo kebab, nemmeno di quello vegetale. Il Parco del Paradosso — che già nel nome sembra un invito a Pirandello — diventerà un teatro. Si parlerà di salute, di sport, di etica. Ci saranno esperti, medici, nutrizionisti. E poi musica, dj set, arte. Perfino un live painting di Moby Dick, che immagino non abbia nulla a che fare con la balena di Melville ma con lo street artist che, per l’occasione, impreziosirà il muro di cinta.
Il punto è che, al di là delle mode che passano come il vento di tramontana, questo Vegan Village ha il merito di voler uscire dal ghetto della polemica ideologica per entrare in quello della convivialità. Si mangia, si discute, si fa yoga — che, per inciso, non ho mai capito se serva a raddrizzare la schiena o a complicare la vita — e si nuota in piscina.
Che sia una moda passeggera o l’alba di una nuova era alimentare, questo è presto per dirlo. Ma la formula del “prezzo a offerta libera” è un gesto di democrazia che mi sento di promuovere. Perché, in fondo, l’importante non è cosa c’è nel piatto, ma la libertà di scegliere cosa metterci. E se il costo di questa libertà è provare una cheesecake senza uova, be’, si può anche fare.
Il villaggio apre i battenti sabato alle undici. Viterbo, città di papi e di pietre antiche, si prepara a questa intrusione moderna nel verde del suo centro. Andateci, se non altro per vedere se davvero quelle “vongole” felici possono illudere un palato che è stato viziato da ben altre tradizioni. Io, per ora, mi riservo il beneficio del dubbio. Ma la curiosità, quella resta intatta.

















