Vannacci ai "raggi x": il movimento del generale visto con gli occhi della sociologia
immigrazione
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Come difensore della democrazia spero e mi auguro che il generale Vannacci fallisca nella sua impresa, che giudico, nel migliore dei casi, non democratica, divisiva e passatista.

IL PUNTO DI VISTA – Viviamo un momento storico importante. Il fenomeno più evidente e problematico di questo e degli anni a venire sarà l’immigrazione dal Sud del mondo.  Spiegato in parole poverissime: questo flusso dipende dal riscaldamento globale, e quindi dalla progressiva penuria alimentare e minaccia sanitaria dei paesi più caldi; dalla ricerca di una migliore qualità della vita innescata dai social che ti fanno vedere come si stia meglio a Milano che ad Accra; dalla riduzione delle nascite in Europa che crea spazio anche lavorativo; dalla libertà d’azione (quale che essa sia) favorita dalle regole vigenti negli stati democratici occidentali e dal conseguente principio di accoglienza che l’occidente ha maturato a partire dal Cristianesimo, come ammetteva e anzi sottolineava il pur ateo Benedetto Croce.

Oggi questo tipo di immigrazione innesca problemi gravissimi. Per due ragioni. La prima, che gli spazi di accoglienza sono comunque ristretti, perché viviamo un salto tecnologico che sta redistribuendo le modalità e i tempi di lavoro. La seconda, che si va prefigurando uno scontro di culture; perché nonostante i facili discorsi sull’integrazione interculturale, la stragrande maggioranza degli immigrati è di religione musulmana che, lo si consideri o meno dirimente, si fonda su un Libro, il Corano, che traccia differenze di fondo sul piano dei rapporti di genere, che restringe gli spazi di libertà, che inneggia alla guerra santa e alla dominanza fatale dell’Islam.

In Europa, queste cose si leggevano nel medioevo su testi “cristiani” ben lontani dal Vangelo, e comunque siamo cresciuti, anche sanguinosamente, e oggi l’etica occidentale si fonda su due basi solide e fortemente modernizzate, che parlano di uguaglianza, rispetto, democrazia, parità di diritti e di doveri: una è il Vangelo (Marco, Matteo, Luca, Giovanni e finiamola qui…senza le derive storiche di certo Cristianesimo, anche della prima ora), l’altra è l’eredità del liberalismo, della democrazia moderna e degli ideali della Rivoluzione Francese (libertè, egalitè, fraternitè).

Da cattolico, mi sento di sottoscrivere l’accoglienza di ogni immigrato che ne ha bisogno e la sua inclusione sociale. Da sociologo avverto che se accogli l’immigrato e poi lo lasci in condizioni di emarginazione, di anomia, di sfruttamento, quello prima o poi sarà costretto ad avviarsi verso comportamenti devianti, atti di frustrazione, aggressività, rivalsa. E così facendo, finirà per giustificare quella diffidenza, quel pregiudizio che lo respingeranno ancor più nell’angolo più oscuro della società.

Non è una mia considerazione personale, né una mera valutazione filosofica, lo dice la scienza (ripeto: scienza) sociale: invito a leggere, su questo, i classici della Scuola di Chicago degli anni ’60 sulla costruzione sociale della devianza: S. Cohen (1960), H. Becker (1963) D. Matza (1969). Fatte queste premesse, traggo ulteriori considerazioni.

Proprio a partire dai problemi dell’immigrazione, in tutta Europa stanno crescendo i partiti – e i governi – sovranisti, suprematisti, nazionalisti, razzisti, conservatori, che in modo più o meno evidente guardano e si ispirano al fascismo. Crescono perché trovano sponda in una opinione pubblica, e quindi in un elettorato, che sta maturando sentimenti di profonda diffidenza verso gli immigrati, e in specie verso quelli di colore, per tre quarti musulmani.

Questo atteggiamento coinvolge perfino quella classe medioborghese che una volta votava moderato e quella classe operaia, peraltro ormai evoluta ed emancipata, che una volta votava a sinistra; ambedue, più che coinvolte ideologicamente, oggi desiderose di mantenere i traguardi raggiunti senza rischi e complicazioni nella vita quotidiana.

Vero: oggi due terzi dei reati sono compiuti da immigrati: ma quali alternative hanno, se sono costretti a lavorare otto ore al giorno per quattro euro? E’ vero che il sessismo, il maschilismo, il tradizionalismo, il fondamentalismo vigono spesso culturalmente nelle loro famiglie e nelle loro pratiche, ma chi è che si preoccupa, a monte – cioè al loro ingresso – di avvertire che o si seguono la legge e la cultura dominante in occidente, oppure quella è la porta? Che la democrazia non consiste in una notte della convivenza sociale dove tutti i valori perdono colore e quindi diventano tutti compatibili, ma in un campo già ben concimato dove va seminato grano e non loglio?

Diceva Sestilio, un vecchio, saggio contadino della Tuscia, che l’acqua va dove gli si fa posto: le mancanze dei partiti democratici, l’incapacità di far seguire alla facile, demagogica accoglienza una vera ospitalità e una integrazione scandita da precise regole – ripeto: regole – in grado di ordinarne la convivenza, ha fatto sorgere il potere, la forza e la disseminazione di forze politiche capaci di rastrellare i dubbi, e spesso le lamentele, della gente comune.

E così l’acqua del suprematismo è andata a scorrere nelle direzioni lasciatele aperte da certa demagogia progressista, condivisibile nei principi quanto carente nella gestione del fenomeno migratorio. Il vannaccismo nasce da qui. Un coacervo di idee suprematiste in cui si muovono spinte razziste (una medaglia olimpica azzurra con la faccia nera non sarà mai una vera medaglia azzurra), sessiste (due soli i sessi e ordinati gerarchicamente), neofasciste (onore alla X…), autocratiche (troppe libertà nuocciono all’ordine sociale), giustizialiste (inutile chiedersi perché avvengono certi reati, l’importante è colpire e punire) ecc.

Per questo, paradossalmente, occorre ringraziare chi ha mal gestito e servito il senso della giustizia, della democrazia, della responsabilità sociale, dell’identità culturale, della libertà “di”, oltre che “da” (come insegnava E. Fromm) troppo intento ad applicare automaticamente ad un fenomeno del terzo millennio le categorie interpretative del marxismo ottocentesco oppure quelle evangeliche della carità senza curarsi della necessità, per l’uno e per l’altro orientamento, di verificarne modi e tempi propri di questo XXI secolo.

Sembra essere tornati ai primi anni ’20 del secolo scorso, quando tra i litigiosi partiti liberal-democratici che non riuscivano a risolvere il problema dei reduci, dell’integrazione operaia e piccolo borghese, si fece strada il populismo nazionalista di Mussolini.

D’altronde, gli ideali conservatori mussoliniani si ritrovano non casualmente anche fra gli otto punti fondanti del movimento vannacciano (1.Patria, 2. Sovranità, 3. Identità, 4.Difesa dei confini, 5.Sicurezza,6. Famiglia, 7. Tradizione, 8.Lavoro), alcuni ovvi (5,8) altri frutto di una visione nazionalista e sovranista (1,2,4), altri ancora tradizionalisti e passatisti nelle conseguenze che ne vengono tratte (3,6,7) sulla società.

Sì, l’acqua sta andando laddove le vengono aperti inopinatamente facili varchi, e un movimento politico populista, simile al fascismo d’antan, oggi sta approfittando del disagio di questa nuova modernità alle prese con il planetario fenomeno dell’immigrazione e della con-fusione delle culture e delle convivenze che ne deriva. Beninteso, non è fenomeno solo italiano; si sta allargando in tanti alti paesi europei e tocca anche pesantemente quegli Stati Uniti d’America che tra prima e seconda guerra mondiale si erano proclamati i difensori della democrazia, dell’integrazione e del progresso civile dell’occidente.

Caro Direttore, leggo sulla prima pagina de La Fune un articolo a firma di Davide Brandi nel quale si osserva come a Viterbo si faccia fatica a creare dei team organizzativi per far ascendere il movimento capitanato dall’ex generale Vannacci ai fasti della politica che conta; non ho capito se è una costatazione giornalistica o un appello, visto che contiene anche le istruzioni per associarsi al movimento in questione, ma poco importa.

Come difensore della democrazia, mi sento dispiaciuto che delle aggregazioni sociali fatichino a far sentire la propria partecipazione nei luoghi privilegiati dell’agone politico; ma sempre come difensore della democrazia spero e mi auguro che il generale Vannacci fallisca nella sua impresa, che giudico, nel migliore dei casi, non democratica, divisiva e passatista.

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Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
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