

STORIE / IL DOMENICALE – Siamo abituati a pensare alle nobildonne del Cinquecento come a figurine da parata, relegate nei corridoi di palazzi gelidi e nei ricami di un cerimoniale che serviva solo a nascondere il vuoto. Ma c’è un’eccezione, un’anomalia che risponde al nome di Vittoria Colonna. E se volete capire davvero chi fosse questa donna, non dovete cercarla tra le dorature romane, ma tra le pietre di peperino di Viterbo.
Vittoria arrivò a Viterbo non come una sovrana in visita, ma come un’anima in cerca di asilo. La città dei Papi, con la sua austera severità e quel fascino medievale che ancora oggi taglia il vento, fu per lei molto più di una residenza estiva: fu un laboratorio dello spirito. Mentre il resto dell’Italia si perdeva in giochi di potere e in cortigianerie da operetta, qui, tra le mura del convento delle monache di Santa Caterina, Vittoria scriveva. E non scriveva soltanto rime per compiacere i salotti. Scriveva per interrogarsi.
Vivere a Viterbo, per una Colonna, significava scegliere il silenzio. E badate bene: non un silenzio passivo, di chi si rassegna, ma un silenzio “attivo”, quasi socratico. Viterbo era allora un crocevia di idee, un luogo dove le inquietudini della Riforma non erano ancora diventate le manette dell’Inquisizione. Vittoria vi si stabilì perché cercava un terreno fertile per quel dialogo con il divino che la tormentava più di quanto non facessero le beghe di famiglia o le assenze del marito, il marchese di Pescara, sempre troppo occupato a fare la guerra altrove.
La si immagini, dunque, questa donna. Una figura slanciata, vestita con una semplicità che a corte doveva sembrare quasi un’offesa, mentre cammina per il quartiere di San Pellegrino. Non cerca l’applauso della folla, cerca l’ombra dei portici e la luce che si rifrange sul tufo. È qui che incontra quel clima di “spiritualismo” che fece di Viterbo il centro nevralgico della sua maturità. In quella cerchia, che comprendeva anche figure di spicco della Chiesa, Vittoria non era la nobildonna che impartiva ordini: era l’intellettuale che dettava la linea.
E poi c’era lui, il grande assente-presente: Michelangelo. Le lettere che si scambiavano erano il vero cordone ombelicale che teneva la Colonna legata al mondo. Lei gli raccontava della sua Viterbo, della pace che vi trovava, delle riflessioni che le suggerivano quelle mura antiche. E lui, il titanico Buonarroti, rispondeva con un’ammirazione che rasentava la devozione. È uno dei pochi casi, nella storia, in cui due geni si sono incontrati non sul terreno della carne, ma su quello dell’anima. E Viterbo, che di quelle anime era il porto, ne è rimasta segnata.
Oggi, camminando per Viterbo, qualcuno potrebbe pensare che le tracce di Vittoria siano svanite. Errore. Vittoria Colonna non ha lasciato monumenti di marmo, ha lasciato un’impronta etica. Ha dimostrato che si può essere potenti senza cercare il potere, e che la solitudine – se vissuta con la dignità di una donna che sa leggere il proprio tempo – è la più alta forma di compagnia.
Vittoria visse a Viterbo come chi abita una casa consapevole del suo valore. Senza far rumore, ma lasciando che fosse la sua intelligenza, scabra e pura come il peperino viterbese, a parlare per lei. E se oggi la Tuscia conserva ancora un barlume di quella profondità intellettuale, beh, un po’ di merito è anche di questa donna che, tra una preghiera e un sonetto, scelse la città dei Papi per non tradire se stessa.


















