Vitorchiano chiama, Rapa Nui risponde: quel legame di pietra che unisce la Tuscia all'Isola di Pasqua
Isola
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Bisogna fare un salto indietro nel tempo, esattamente all'estate del 1990, per comprendere il prodigio. Dieci indigeni di Rapa Nui, discendenti diretti dei costruttori dei misteriosi giganti, arrivarono a Vitorchiano guidati dal saggio Pedro Atan Pakomio.

VITORCHIANO – Certe volte il destino si diverte a mescolare le carte della geografia, piantando schegge di un mondo lontanissimo e misterioso tra i vicoli di un borgo medievale della Tuscia.

A Vitorchiano, aggrappato al suo banco di peperino che strapiomba nella forra, accade qualcosa che ha dell’incredibile e del favoloso. Lì, immobile e solenne, veglia l’unico Moai autentico esistente al di fuori dell’Isola di Pasqua. Non è una copia, non è un capriccio d’artista: è un gigante di pietra nato da mani dei figli degli antichi navigatori, un frammento di Rapa Nui esiliato nel cuore della terra viterbese.

Il ritorno dei figli del vento

E adesso, quel legame invisibile che attraversa gli oceani si stringe di nuovo. Mercoledì 26 agosto, una delegazione ufficiale della comunità di Rapa Nui varcherà le porte di Vitorchiano. Non si tratta di una semplice visita istituzionale, ma di un vero e proprio ricongiungimento spirituale con il colosso di pietra che domina il belvedere.

L’incontro nasce sotto i auspici del progetto “Hakamahana Matou Arinja Ora”, ideato per rinsaldare radici che la distanza geografica non ha mai reciso. L’idea, caldeggiata dal corrispondente consolare d’Italia a Rapa Nui Enzo Moglia e fortemente sostenuta dal sindaco Ruggero Grassotti, porta con sé le parole della signora Lenky Atan Hito. Lei è la nipote di quel maestro scultore, Pedro Atan Pakomio, che nel 1990 guidò l’impresa titanica. L’obiettivo futuro è ambizioso e affascinante: trasformare Vitorchiano in un avamposto stabile della cultura polinesiana, con un appuntamento annuale fatto di musica, arte e tradizioni dell’isola cilena.

La notte in cui i figli dei Moai di Pietra sbarcarono nella Tuscia

Bisogna fare un salto indietro nel tempo, esattamente all’estate del 1990, per comprendere il prodigio. Dieci indigeni di Rapa Nui, discendenti diretti dei costruttori dei misteriosi giganti, arrivarono a Vitorchiano guidati dal saggio Pedro Atan Pakomio.

Non portarono con sé blocchi di tufo oceanico, ma affrontarono la materia viva del luogo: il peperino, la pietra grigia e aspra tipica di quelle rupi etrusche. Armati di scarpelli, asce e di una sapienza antica tramandata di padre in figlio, i maori lavorarono all’aperto sotto gli occhi sbigottiti e affascinati dei vitorchianesi. Non stavano semplicemente scolpendo una pietra; stavano risvegliando un’anima. Secondo le loro credenze, infatti, i Moai custodiscono il Mana, l’energia vitale degli antenati, capace di proteggere la comunità.

Quando l’opera fu completata, il gigante fu issato sul belvedere. Da allora, quel blocco di peperino ha iniziato a respirare l’aria della Tuscia, continuando tuttavia a guardare, con le sue orbite vuote e impenetrabili, verso un orizzonte di onde e di tempeste che dista migliaia di chilometri. E mercoledì, quando i figli di Rapa Nui toccheranno di nuovo quella pietra, il cerchio finalmente si chiuderà.

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