

VITERBO – Si sussurra, tra i caffè di via Saffi e i corridoi di Palazzo dei Priori, che il Partito Democratico viterbese abbia deciso di ripescare dal mazzo una carta che in molti consideravano ormai archiviata nel cassetto dei ricordi: Alessandro Mazzoli. I “bene informati”, quelli che sanno cosa si dice in camera caritatis prima ancora che il tam-tam della piazza lo renda pubblico, giurano che il nome sia tornato a circolare con insistenza per la corsa a sindaco di Viterbo.
Perché proprio lui? La domanda non è oziosa. Mazzoli è quello che, anni fa, riuscì in un’impresa che i più davano per disperata: espugnare Palazzo Gentili. Prese la Provincia di Viterbo nel 2005 e non solo la conquistò, ma la resse per un intero quinquennio senza che il palazzo traballasse, dimostrando una tempra che pochi gli avevano pronosticato. Era un uomo mite, di quelli che parlano poco e ascoltano molto, quasi silenzioso; ma sotto quella scorza apparentemente dimessa, covava un pragmatismo che ha lasciato il segno.
Forse il PD, in un sussulto di realismo, vuole fare come San Tommaso: toccare con mano se i famosi “vasi comunicanti” tra via Saffi e di via Ascenzi esistono davvero. Mazzoli ha stoffa, questo è fuori discussione. Dopo l’esperienza in Provincia, dove ha dimostrato di saper maneggiare il potere senza farsene travolgere, ha scalato il gradino nazionale, approdando nel 2013 alla Camera dei Deputati. Lì, tra le Commissioni Ambiente e Lavori Pubblici, ha imparato a masticare pane e burocrazia, portando a Roma le istanze di una Tuscia che, spesso, a Roma non sa farsi sentire.
C’è poi un dettaglio, o meglio una benedizione, che in questa storia pesa quanto un macigno: l’ombra — o forse la luce — di Ugo “baffo d’acciaio” Sposetti. Se è vero che l’intelligenza fulgida di Sposetti ha deciso di puntare ancora su Mazzoli, allora la partita si fa seria. Si sa che Ugo non regala mai le sue mosse, e se ha deciso di rimettere in campo il suo “uomo dell’impossibile”, significa che la strategia è già pronta.
Mazzoli, d’altronde, è un politico di filiera. Non è il tipo che inventa proclami mattutini per finire in pasto al vento dei social; è un uomo che sa che il consenso si costruisce sulle infrastrutture, sulle relazioni, sul “saper fare”. Se riuscisse davvero a replicare a Viterbo il miracolo di Palazzo Gentili, allora avremmo trovato il nostro Alessandro Magno locale: un condottiero che non cavalca cavalli bianchi, ma che avanza passo dopo passo, in silenzio, verso il traguardo. Sempre che alla fine il candidato sia davvero lui.



















