

VITERBO – Le abbiamo viste per anni come un cimelio di famiglia, qualcosa da conservare in soffitta accanto alle vecchie tessere di partito e alle speranze naufragate. Le primarie, strumento un tempo feticcio del mondo Dem e poi, chissà perché, considerate quasi un rischio, una complicazione, un terreno buono solo per litigare. Eppure, a guardare bene nel cassetto della memoria viterbese, le primarie non sono un trauma. Anzi, sono l’unico momento in cui il centrosinistra, sotto la torre di Palazzo dei Priori, ha davvero vinto.
Era il 2013. Una stagione lontana, quasi un altro secolo politico. La sfida fu a tre, un triangolo che scosse la città: Leonardo Michelini, Francesco Serra – anima di quel fermento che guardava al renzismo delle origini – e Raffaella Valeri, a rappresentare il battito più a sinistra. Un esperimento che riuscì in un’impresa che allora sembrava titanica: sbarrare la strada a Giulio Marini che puntava dritto al bis. Funzionò. Vinsero loro, vinse la partecipazione, vinse la capacità di trasformare un esercizio democratico in un vento capace di gonfiare le vele.
Oggi, mentre il “campo largo” cerca una geometria che non sia solo un esercizio di stile, il tema torna a bussare alla porta. Perché il punto è un altro: questo giro non c’è il vento. Non ce l’ha nessuno, né chi governa né chi sta all’opposizione. La bonaccia elettorale rischia di trasformare l’astensionismo, nel 2027, nel vero e unico protagonista della tornata. E allora le primarie potrebbero tornare a essere quell’elettroshock necessario per rompere la diffidenza, per costringere l’elettorato a smettere di guardare dalla finestra e tornare a sedersi al tavolo del gioco.
Riflettendo su quel 2013, non si può non restare colpiti dalla figura di Francesco Serra. Fu lui, in quella sfida, a fare il vero dibattito, a dare il sale alla competizione. Se la memoria non ci inganna – e raramente lo fa su certe cifre – Serra portò alle urne da consigliere circa mille voti. Una cifra monstre, roba che fa impallidire anche i record dei campioni di preferenze locali; persino l’ottimo Elpidio Micci, nel suo feudo di Grotte, si è fermato a quota 800. Serra, in quell’occasione, fu il vero asso pigliatutto.
Da allora, la sua figura politica e professionale è cresciuta, quasi silenziosamente ma con costanza. La notizia di questi giorni è il suo prestigioso incarico come primario di Cardiologia a Belcolle. Un ruolo di peso, una responsabilità che richiederebbe dedizione totale. Certo, essere il primario dell’ospedale e il primo cittadino di Viterbo sono due sfide che, per un essere umano, pure dotato, sembrerebbero un azzardo logistico quasi insostenibile.
Eppure, il pallino delle primarie resta. Serra, d’altronde, già dodici anni fa dimostrò di saper essere un giocatore di squadra, uno che mise la corona sul capo di Michelini senza se e senza ma, trasformando il confronto in energia pura per la coalizione.
Siamo nel 2026, la strada verso il 2027 è ancora lunga, ma l’aria che si respira nel campo largo è quella di chi sa di dover inventare qualcosa. Le primarie non sono la soluzione magica a tutti i mali, ma sono un esercizio che la città ha già praticato con successo. E a volte, per ritrovare la strada di casa, serve solo rileggere una vecchia mappa. Anche se quella mappa porta il nome di chi, nel frattempo, ha cambiato camice ma non ha (probabilmente) perso il vizio di fare politica con i numeri e con le idee.

















