

IL DOMENICALE – Il problema della mobilità nella Tuscia non si risolve aggiungendo qualche corsa di autobus qua e là, perché un territorio vasto e poco densamente popolato ha bisogno prima di tutto di una struttura sulla quale costruire tutto il resto, e quella struttura non può che essere la ferrovia.
Oggi abbiamo linee che esistono, ma troppo spesso non riescono a diventare l’asse intorno al quale organizzare gli spostamenti quotidiani. La Viterbo-Roma continua a essere una relazione fondamentale per migliaia di pendolari, ma il programma ferroviario 2026 mostra ancora collegamenti diretti da Porta Fiorentina a Roma Termini che richiedono circa un’ora e quaranta minuti, tempi difficili da considerare competitivi per una distanza che dovrebbe invece consentire un rapporto molto più stretto tra capoluogo e capitale.
Poi c’è la Roma-Civita Castellana-Viterbo, una linea che per anni ha accumulato soppressioni, guasti e disagi, tanto da essere inserita nel rapporto Pendolaria 2025 tra le peggiori d’Italia, con oltre ottomila corse soppresse nei primi dieci mesi di quell’anno. La Regione segnala un successivo miglioramento dell’affidabilità, ed è giusto riconoscerlo, ma recuperare rispetto a una situazione gravemente compromessa non significa ancora avere costruito il servizio di cui la Tuscia ha bisogno.
La politica dovrebbe allora smettere di considerare ogni linea separatamente, serve una rete. Orte, in particolare, dovrebbe diventare il grande nodo ferroviario della provincia, non una stazione dalla quale i treni continuano verso Roma, Firenze, Umbria o altre destinazioni mentre gran parte della Tuscia rimane collegata in modo debole. Trenitalia e Cotral hanno già introdotto Orte Link, che consente di acquistare in un’unica soluzione il viaggio tra Viterbo-Riello, Orte e la successiva destinazione ferroviaria. È un primo esempio di intermodalità, ma dovrebbe diventare il principio organizzativo dell’intero sistema.
Un turista che arriva a Orte dovrebbe poter trovare immediatamente un collegamento coordinato verso Viterbo, Civita di Bagnoregio, il lago di Bolsena, i borghi e le altre principali destinazioni, senza dover studiare orari appartenenti a gestori diversi, acquistare biglietti separati o scoprire che l’autobus necessario è partito pochi minuti prima dell’arrivo del treno. La stessa cosa vale per il pendolare.
L’intermodalità non significa mettere insieme graficamente treno e autobus in una brochure, significa costruire gli orari l’uno sull’altro. Se il treno arriva alle 8.10 e l’autobus parte alle 8.05, non esiste integrazione, esistono semplicemente due servizi.
Bisognerebbe quindi fissare obiettivi verificabili, coincidenze entro quindici minuti nei principali nodi ferroviari, biglietto unico treno-bus, parcheggi di scambio realmente disponibili, servizi a chiamata collegati agli orari ferroviari nei territori meno popolati e informazioni in tempo reale raccolte in una sola piattaforma.
Ma soprattutto serve una vera politica del ferro. La Tuscia non può continuare a considerare normale impiegare tempi così lunghi per raggiungere Roma, né accettare che il treno venga percepito come un’alternativa incerta all’automobile. Occorrono investimenti su binari, segnalamento, materiale rotabile, raddoppi dove necessari e velocizzazione delle tratte, con un obiettivo politico dichiarato, ridurre progressivamente i tempi Viterbo-Roma e aumentare frequenza e affidabilità.
La ferrovia dovrebbe diventare anche una politica turistica. Orte è collocata su uno dei principali corridoi ferroviari italiani e dal 2027 ospiterà anche un terminal intermodale gestito da FS Logistix, confermando ulteriormente il valore strategico del nodo. La provincia dovrebbe utilizzare quella posizione per intercettare una parte dei viaggiatori che oggi attraversano il territorio senza entrarci veramente.
Non basta promuovere la Tuscia a Roma, Firenze o Milano se poi chi decide di raggiungerla senza automobile trova un sistema complicato, un territorio turistico moderno deve essere visitabile anche da chi arriva in treno. Questa è la responsabilità della politica, trasformare linee, stazioni, autobus e parcheggi in un unico servizio, invece di continuare a finanziarli come mondi separati.
Perché l’intermodalità non è una parola tecnica, è il momento nel quale un cittadino smette di chiedersi quale mezzo deve prendere e trova semplicemente un sistema che lo porta dove deve andare. Finché la ferrovia non diventerà la spina dorsale della mobilità della Tuscia, continueremo a chiamare periferia ciò che in realtà abbiamo scelto di lasciare scollegato.


















