

VITERBO – Bisogna guardarsi allo specchio, viterbesi miei. E farlo senza le lenti deformanti della retorica che di solito si usa nelle sale consiliari o tra i tavolini dei caffè, dove ci si vanta di essere i custodi di una “culla della cultura” che, a voler essere onesti, assomiglia più a una vecchia soffitta impolverata.
I numeri non sono opinioni. E i numeri, quando li si osserva per intero, sono una scure. La verità, nuda e cruda, è che quasi un viterbese su due — il 48 per cento della popolazione adulta — si ferma alla licenza media. È una zavorra che non si può ignorare, il retaggio di un’epoca in cui la scuola dell’obbligo era, per troppi, il traguardo definitivo e non il punto di partenza. Una città in cui la metà dei suoi abitanti non ha mai varcato la soglia di una scuola superiore è una città che zoppica, che fatica a decifrare le sfide di un presente che corre a velocità supersonica, mentre noi restiamo a guardarlo dal marciapiede, con la curiosità stordita di chi vede passare un treno ad alta velocità verso un futuro che non gli appartiene.
Certo, c’è il risvolto della medaglia, quello che ci piace esibire nelle tabelle rassicuranti. Se isoliamo la fascia di popolazione più giovane, quella tra i 25 e i 49 anni, la percentuale di chi ha conseguito almeno il diploma sale verso l’80 per cento. Ottimo, direte voi. E invece no. Perché qui nasce il vero dramma: quello dei “diplomati a metà”. Perché se è vero che i nostri giovani sono più istruiti di chi li ha preceduti, è altrettanto vero che la percentuale di chi approda alla laurea resta inchiodata in un desolante 18-20 per cento.
Siamo una città che produce cervelli per l’esportazione. L’Università la ospitiamo — e per fortuna che c’è — ma ci comportiamo come una biblioteca che presta libri a chi, appena voltata l’ultima pagina, corre a cercare fortuna altrove. Produciamo competenze che non sappiamo (o non vogliamo) mettere a sistema.
E fuori dalle mura, nel resto della Tuscia? Il panorama non cambia, cambia solo la scusa. A Civita Castellana, la ceramica è stata per anni una scorciatoia dorata: meglio imparare il mestiere che studiare sui libri. Oggi, però, il mercato ha fame di tecnica pura, e la vecchia bottega non basta più. A Tarquinia, terra di archeologia, ci si vanta di una sensibilità umanistica che però non si traduce in posti di lavoro. Vetralla e Montefiascone vivono di riflesso, tra il pendolarismo scolastico verso il capoluogo e un turismo che, per essere trasformato in ricchezza, richiederebbe una classe dirigente che, semplicemente, non abbiamo.
Il dramma di Viterbo non è la mancanza di intelligenza, ma la mancanza di un progetto. Siamo una città a due velocità, entrambe però inchiodate alla marcia bassa: da una parte l’eredità di un popolo che si è fermato al banco delle medie; dall’altra una generazione di diplomati che non trova lo sbocco accademico o professionale per spiccare il volo.
Ci piace considerarci una città d’arte, di nobili tradizioni. Ma il mondo non perdona, e se non sai maneggiare il futuro, finisci per essere mangiato dal passato. Sarebbe il caso di capire che il diploma e la laurea non sono patacche da esibire, ma attrezzi da lavoro. E che una città che non sa tenersi i propri talenti non è una città antica: è semplicemente una città vecchia. Che ha smesso di imparare, e quindi, di fatto, ha smesso di vivere.

















