Viterbo, il capoluogo perduto - Mecucci (Move): "Una città che non sa cosa vuol fare da grande"
Viterbo-dallalto
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Non ha saputo darsi un’identità precisa, un modello di sviluppo coerente. Circa quindici anni fa, con la fine della leva militare obbligatoria, Viterbo ha perso un asset economico (quello delle caserme, condivisibile o meno) e non l’ha ancora sostituito.

Viterbo non è mai riuscita a esercitare un ruolo vero da capoluogo in terra di Tuscia. Sul tema difficile trovare qualcuno disposto a sostenere la tesi contraria. Però la questione è centrale ed è importante porla al centro del dibattito pubblico, così da far circolare le idee e sviluppare consapevolezza. Magari, un giorno, verrà qualcuno intenzionato a costruire soluzioni. O quantomeno a provarci.

Con La Fune abbiamo lanciato un appello a politici, imprenditori, sindacalisti, rappresentanti di associazioni per intervenire e portare spunti e riflessioni in materia. Oggi pubblichiamo l’intervento di Francesco Mecucci, giornalista e direttore di Move Magazine.

 

“Soltanto idee e progetti di qualità, accompagnati da coraggio e voglia di realizzarli e dall’abilità di reperire le risorse necessarie alla loro concretizzazione, potranno far uscire Viterbo dalla crisi d’identità in cui è piombata e restituirle una centralità nel territorio provinciale che non si limiti alla semplice posizione geografica.

Viterbo ha perso il ruolo di centro, sempre che ne abbia mai avuto uno, perché è tuttora una città che non sa “cosa vuol fare da grande”. Non ha saputo darsi un’identità precisa, un modello di sviluppo coerente. Circa quindici anni fa, con la fine della leva militare obbligatoria, Viterbo ha perso un asset economico (quello delle caserme, condivisibile o meno) e non l’ha ancora sostituito.

Viterbo città universitaria? Termale? Turistica? Città di Santa Rosa? Nessuna di queste strade, dal 2000 in poi, è stata battuta con decisione e perseveranza.

La crisi economica degli ultimi tempi ha fatto il resto, ma per il capoluogo della Tuscia è più giusto parlare di crisi d’identità. Perché la mancanza di soldi non può essere una scusa per camuffare l’assenza di idee e l’isolamento. Il senso di inefficienza, vecchiaia e impotenza amministrativa che si respira da qualche anno è desolante.

Credo che l’unico futuro possibile per Viterbo sia il turismo, perché la città ha un patrimonio storico che glielo permette. Non si sfugge. Turismo vuol dire tante declinazioni, di cui è riduttivo discutere qui ora. Vuol dire anche decoro e pulizia: perché, sinceramente, non riesco a trovare un solo motivo per cui una città non debba essere tenuta bene.

Visto che qui parliamo di centralità, non si può ignorare quel “gigante” abbandonato che si chiama centro storico. Per rinascere, avrebbe bisogno di politiche mai viste prima, a tutti i livelli: edilizia, casa, commercio, impresa, turismo, cultura, patrimonio artistico, viabilità, decoro, giovani, integrazione, comunicazione, innovazione. Roba da “Piano Marshall”, che solo una classe politica lungimirante e preparata sarebbe in grado di garantire.

Immagino una zona monumentale in stile Toscana, frequentata quotidianamente da visitatori e brulicante di attività commerciali di natura turistica, enogastronomica e artigianale. Ma anche di artisti contemporanei, realtà culturali e, perché no, aziende del settore tecnologico che trovano sede in antichi immobili recuperati, creando un dialogo tra passato e futuro.

Freno qui la fantasia. Perché è vero che ogni cittadino può metterci, nel suo piccolo, il proprio impegno per migliorare le cose; ma è chi detiene il potere e guida le istituzioni che deve fare da traino. E preparare il terreno agli investimenti che portano sviluppo. Non c’è scusa che tenga.

Riallacciandomi all’inizio, idee e progetti di qualità nascono dall’apertura mentale e dal confronto, non solo interno ma anche e soprattutto con l’esterno. Perché il mondo non inizia e non finisce con Viterbo. Il primo cambiamento di cui questa città ha bisogno, in fondo, è sempre quello: una mentalità più aperta. Auguri”.

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Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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