

VITERBO – Siamo maestri nel riempire i discorsi di transizione ecologica, di economia circolare e di tutela della Tuscia Felix, ma straordinariamente ciechi quando basta fare due passi fuori dalle mura per accorgersi di come calpestiamo quotidianamente il nostro stesso giardino.
Prendete le isole ecologiche del capoluogo. Anzi, no, prendetele e andate a farci un giro.. La situazione più drammatica, un vero e proprio pugno nello stomaco, si consuma all’intersezione tra strada Ponte del Diavolo e strada Freddano. Lì la teoria della raccolta differenziata si scontra con la cruda, tristissima realtà dei fatti.
Ci sono i cassonetti, ci sono pure le telecamere (e verrebbe da chiedersi a cosa servano, se a spiare i passeri o a collezionare fotogrammi di degrado), ma soprattutto c’è l’inciviltà. Rifiuti abbandonati metodicamente fuori dai contenitori, come se fosse la cosa più normale del mondo. Poi arrivano gli attori non protagonisti di questo scempio quotidiano: da un lato gli agenti atmosferici, dall’altro la fauna selvatica. E allora si alza il sipario sulla “semina”.
Non stiamo parlando di grano o di speranze per il futuro, ma di una pioggia di plastiche, sacchetti lacerati e immondizia varia che si riversa e rotola placida sui terreni circostanti. Ettari di campagna viterbese trasformati in discariche a cielo aperto. Un copione che non fa sconti e si ripete identico, maledettamente uguale, anche quando sposti lo sguardo verso strada del Signorino o Casteldasso.
Il risultato? Chilometri di verde violentati da un ticchettio silenzioso e costante: frammenti di plastica che entrano nella terra, nei fossi, nel ciclo della vita di una terra che avrebbe ben altro da raccontare.
Ci riempiamo la bocca di bellezza, urliamo ai quattro venti la vocazione turistica della nostra terra, eppure tolleriamo che le porte d’accesso della città si presentino come un immondezzaio diffuso. Servono controlli? Certamente. Servono sanzioni che facciano davvero paura? È il minimo sindacale. Ma prima di tutto servirebbe un sussulto di civiltà. Perché trattare così la propria terra non è solo indice di maleducazione: è un autogol imperdonabile giocato sulla pelle di tutti.



















