


IL DOMENICALE – Viterbo non è rimasta ferma: ha costruito abitazioni, quartieri, centri commerciali, strade, parcheggi, aree produttive e nuovi poli di servizi; eppure questa crescita non ha sempre prodotto una città più funzionale. Ha moltiplicato i luoghi nei quali vivere, lavorare e acquistare, senza creare collegamenti adeguati e senza distribuire le funzioni in modo equilibrato. Il risultato è una città fisicamente più estesa, ma urbanisticamente più debole.
Il centro storico, i quartieri residenziali, il Riello, il Poggino, l’università, l’ospedale, le zone commerciali e le frazioni sembrano spesso appartenere a sistemi differenti. Per raggiungerli è quasi sempre necessario utilizzare l’automobile, le strade esistenti ricevono flussi superiori alla loro capacità, il trasporto pubblico fatica a collegare destinazioni disperse e alcuni quartieri sono costretti a cercare altrove servizi, attività e luoghi di socialità.
Non è soltanto un problema di traffico. Gli ingorghi sono la manifestazione quotidiana di scelte urbanistiche compiute senza stabilire preventivamente come le nuove funzioni sarebbero state connesse al resto della città. Prima è arrivato l’insediamento, dopo si è cominciato a discutere della rotatoria, della bretella, dell’allargamento della strada o del nuovo percorso degli autobus. L’urbanistica ha seguito gli interventi, invece di precederli e governarli.
Alla base di questa situazione c’è anche uno strumento generale appartenente a un’altra epoca. L’impianto del Piano regolatore vigente risale alla variante generale approvata dalla Regione nel 1979, successivamente modificata in numerose zone. La stessa documentazione comunale invita a verificare presso gli uffici la situazione effettiva di diversi comprensori e segnala possibili discordanze tra le previsioni della viabilità e quanto esiste realmente.
In quasi mezzo secolo sono cambiate la popolazione, l’economia, le famiglie, il commercio, la mobilità, il clima e il modo di utilizzare gli spazi pubblici. Sono aumentati gli anziani, si sono ridotte le dimensioni dei nuclei familiari, il commercio si è spostato verso le grandi superfici, molte attività del centro hanno chiuso, la macchina privata è diventata indispensabile anche per tragitti relativamente brevi. Continuare a correggere il vecchio Piano attraverso singole varianti significa adattare continuamente una carta del passato, senza decidere quale città vogliamo costruire per il futuro.
Anche il PUMS, adottato nel febbraio 2026, rappresenta un passaggio importante perché prova a coordinare trasporto pubblico, mobilità privata, percorsi pedonali e altre forme di spostamento. Tuttavia, nessun piano della mobilità può risolvere da solo gli effetti di una città dispersa. Se abitazioni, negozi, uffici e servizi continuano ad allontanarsi tra loro, gli autobus diventano più costosi, i percorsi più lunghi e l’automobile rimane la soluzione più semplice.
Viterbo ha bisogno di un nuovo piano urbanistico generale che non sia un elenco di nuove possibilità edificatorie, ma una revisione severa di quelle ancora presenti. Occorre censire gli immobili vuoti, le aree dismesse, i capannoni inutilizzati e gli spazi già urbanizzati, eliminando le previsioni che non rispondono più ad alcun bisogno reale. Prima di occupare altro terreno bisogna dimostrare che non esista un’alternativa nel patrimonio costruito.
Serve inoltre una regola politica vincolante: nessun nuovo centro commerciale, quartiere o grande insediamento dovrebbe essere autorizzato senza viabilità adeguata, senza collegamento con il trasporto pubblico, alberature, percorsi pedonali, gestione delle acque e valutazione dei costi che il Comune dovrà sostenere negli anni successivi. Soprattutto i grandi parcheggi dei centri commerciali devono essere costruiti sottoterra o sopra i piani di vendita, evitando consumo del suolo e cementificazione selvaggia, così come non ha più senso dedicare tanto suolo per monoattività che alla loro chiusura notturna lasciano il deserto urbano. Queste condizioni devono essere definite prima dell’approvazione, non promesse quando i problemi sono ormai comparsi.
Ricucire Viterbo significa infine riportare funzioni nei quartieri, permettendo ai cittadini di trovare vicino casa almeno una parte dei servizi quotidiani; significa rendere il centro nuovamente abitabile e non soltanto visitabile, collegare meglio le aree esterne e impedire che ogni nuovo intervento sottragga persone e attività a ciò che già esiste.
Il maggiore problema urbanistico di Viterbo non è la mancanza di spazio, ma l’assenza di una regia aggiornata sullo spazio già trasformato. La politica deve smettere di amministrare la città un progetto alla volta, perché una somma di costruzioni non produce automaticamente una comunità urbana. Prima di aggiungere un altro pezzo, bisogna finalmente decidere come tenere insieme tutti quelli che abbiamo.

















