
IL PUNTO DI VISTA – Leggo dal Vocabolario Treccani alla voce capoluogo: “Località, per lo più centro abitato di maggiore o minore importanza, sede delle autorità preposte a una circoscrizione amministrativa (regione, provincia, comune; in Francia, dipartimento, ecc.) o religiosa (diocesi)”.
Su un piano meramente formale, Viterbo è un capoluogo; di provincia. Su un piano storico, possiamo ricordare che Viterbo è stata capoluogo della cosiddetta Tuscia Romana, facendo riferimento soprattutto al Patrimonio di S. Pietro in Tuscia, di origine medievale, che comprendeva persino buona parte dell’area tolfetana. Va peraltro segnalato che non sempre i capoluoghi sono le città più grandi del territorio che amministrano; questo succede ad esempio per diverse capitali: tanto per citarne alcune, Canberra, Washington, Montreal, Brasilia; e in Italia per alcuni capoluoghi di regione come L’Aquila (rispetto a Pescara), Catanzaro (rispetto a Reggio Calabria) o Venezia (rispetto a Verona).
Mentre in talune circostanze alcuni “paesi” di provincia avvicinano la consistenza demografica del capoluogo, ad esempio – tanto per restare nel Lazio – Cassino con i suoi 36.000 abitanti, che incalza Frosinone con i suoi 46.000. Peraltro, intorno alle città metropolitane gravitano comuni di notevoli dimensioni: intorno a Roma, è il caso di Guidonia (novantamila abitanti), Fiumicino (oltre ottantamila), Aprilia (settantamila), Pomezia (circa sessantamila come Viterbo), o la stessa Civitavecchia (con cinquantamila); intorno a Milano, basterebbe ricordare Sesto S. Giovanni (quasi ottantamila abitanti) e Rho (cinquantamila abitanti), ma fino al 2009 ha fatto parte della provincia milanese anche Monza, con i suoi 124.000 abitanti; infine presso Napoli si trova il più popoloso comune non capoluogo d’Italia, Giugliano, con quasi 125.000 abitanti.
Nel caso di Viterbo, il capoluogo della Tuscia e poi della provincia è sempre stato il più popoloso, almeno a partire dal XIII secolo, grazie al continuo afflusso di genti latine, franche, germaniche, poi altolaziali, umbre e persino marchigiane. Dopo i 64.000 abitanti viterbesi, si annoverano infatti solo i 16.000 di Tarquinia e Civitacastellana, i 14.000 di Vetralla e i 13.000 di Montefiascone, mentre la maggior parte degli altri comuni è sotto i quattromila.
Tutto questo per dire che il capoluogo presenta quasi sempre una forza d’attrazione notevole, facilitata dalla sua preminenza amministrativa e caratterizzata da un maggiore sviluppo economico e quindi demografico; qualche eccezione dipende esclusivamente da processi di decentramento produttivo o da conseguenti dinamiche residenziali, piuttosto che da retaggi storici.
Una domanda che sorge allora da un recente intervento del direttore Pomi, sul ritrovato ruolo di capoluogo da parte di Viterbo rispetto alla sua provincia, può essere la seguente: Viterbo si fa effettivo capoluogo solo sul piano dell’afflusso di consumatori natalizi che, provenendo da paesi dei dintorni, si accalcano nelle nuove aree commerciali e nel centro storico addobbato a festa?
La domanda è provocatoria. Perché fino a qualche mese fa certi dati, certe impressioni raccolte qual e là sembravano dire altro. Sembravano dire che molti turisti frequentano Bolsena, ma guardando più a Orvieto che a Viterbo; che lo stesso sembra accadere per i visitatori di Civita di Bagnoregio; che altri si riversano sul litorale tarquiniese e montaltese percorrendo l’Aurelia o bypassando Viterbo; che altri ancora si
immergono nelle pozze termali ripromettendosi, forse, di fare un rapido e frugale salto a Viterbo; per non parlare di coloro che sciamando dal casello autostradale di Orte risalgono fino a Bomarzo o si insinuano fino a Caprarola, ignorando il capoluogo.
Così, sì: dai comuni della provincia molti vengono a Viterbo a fare shopping nei centri commerciali, tanto da giustificare il pullulare di negozi similari che riescono ad accaparrarsi sufficienti fette di acquirenti; ma, passato il Natale con le sue luminarie, c’è da temere che molto pochi di costoro si spingeranno oltre S. Lazzaro per entrare in città. E comunque si tratta di un bacino potenziale di meno di duecentocinquantamila persone, composto in larga parte da consumatori piuttosto che da turisti, tanto meno stanziali.
Il problema allora c’è e resta complicato. L’area termale di Viterbo supera di gran lunga quella di Saturnia, ma tra le due non c’è ancora partita, a tutto favore di quella toscana. Il patrimonio architettonico medievale di Viterbo è quasi un unicum, non foss’altro che per dimensioni e antichità, ma è sottovalutato rispetto a quello ben più tardo e ristretto di altre città italiane. Il panorama folclorico è di prim’ordine, patrimonio Unesco di punta, roba che i rinomati Ceri di Gubbio o lo stesso Palio di Siena in confronto dovrebbero far tenerezza.
La dimensione etrusca è tutta a favore di Tarquinia – del resto il centro etrusco più ricco in assoluto assieme a Cerveteri, con buona pace della Toscana – ma si ignora che il territorio comunale di Viterbo ospita particolari e irripetibili tombe rupestri a Castel d’Asso e a Norchia, e nel Museo Albornoz si trovano le ricostruzioni di rare abitazioni etrusche arcaiche, del VII-VI secolo a.C.
Tutto questo per dire che il capoluogo non funziona realmente come dovrebbe, o funziona molto a singhiozzo. C’è poco da fare: Viterbo svolterà – come si dice in gergo – soltanto se farà esplodere come un fuoco d’artificio la sua attrattività turistica potenziale, che può rivelarsi molto alta e competitiva non solo a livello nazionale, ma anche internazionale.
Deve diventare centro termale rinomato, deve diventare la “città medievale”, la “città dei papi” per eccellenza, deve diventare il polo stanziale da cui irradiarsi nel territorio della provincia, che si tratti di etruschi, di ville storiche, di ambiente lacustre o montano, di
enogastronomia.
Allora, non è tanto questione di pur attrattivi negozi e centri commerciali che punteggiano la periferia settentrionale o di offerte e iniziative che cercano di rivitalizzare Corso Italia o Via Saffi; si tratta di creare la “narrazione” giusta per diventare un polo turistico autonomo e irrinunciabile, assumendo un ruolo di primazia che non è solo territoriale o commerciale, ma colpisce nell’immaginario collettivo del
consumatore che conta in Italia – e non solo – cioè il turista; quello stanziale. Mi ripeto. E’ la narrazione che conta, quella che fa vendere frigoriferi in Groenlandia. La narrazione, o forse meglio la comunicazione d’impresa.
Il resto è fuffa, perché il consumatore che compra babbinatale e panettoni lo trovi pure a Pomezia, ma il turista che dedica una settimana a Viterbo e al suo comprensorio, tra cure termali, leggende medievali, amenità rinascimentali, incursioni lacustri e curiosità etrusche lo devi persuadere, invogliare, fidelizzare. E così Viterbo cresce, si sviluppa e trattiene anche i suoi giovani.
Si può fare? Certo: altrove si fa, in molte città comparabili per storia, arte, cultura, ambiente e dimensioni con Viterbo, da Mantova a Lucca, da Parma a Matera, da Alessandria a Siena. Ma a patto di abbandonare il fai-da-te volenteroso, ma talvolta minimalista e un po’ coatto, del dilettante allo sbaraglio; la litigiosità provinciale di basso livello; la protervia dell’ignoranza elevata a sapienza; l’indecorosa incuria che vige nella maggior parte delle strade, delle vie, sulle facciate degli edifici, e persino nei monumenti della città. A patto di essere tutti di un sentimento. A patto di puntare in alto, con intelligenza e professionalità. Forse troppi patti? Non so, fate voi.


















