

VITERBO – I numeri, quando non vengono letti come semplici atti di fede, raccontano una storia precisa. La sindaca Chiara Frontini ha snocciolato il dato che fa rumore: dal 2022 al 2025, gli arrivi turistici a Viterbo hanno fatto segnare un incremento del 29,2%. È una cifra che pesa, che sposta equilibri e che conferma, una volta per tutte, che la città ha smesso di indossare i panni dell’eterna promessa per sedersi, finalmente, al tavolo delle realtà turistiche.
Sarebbe intellettualmente disonesto, tuttavia, leggere questo balzo in avanti come un miracolo isolato. Viterbo sta surfando sull’onda lunga che sta travolgendo – in positivo – l’intero sistema Italia. Siamo in una fase di riposizionamento globale: le grandi capitali dell’arte, soffocate dall’overtourism e da politiche tariffarie diventate ormai proibitive per il turista medio, stanno spingendo flussi immensi verso le “alternative di qualità”.
Viterbo, in questo scenario, si è trovata nel posto giusto al momento giusto. Chi non può permettersi i prezzi stellari di Roma, Firenze o Siena cerca rifugio, storia e autenticità in quella Tuscia che – finalmente – inizia a non essere più solo un’appendice della Capitale, ma una destinazione con una sua dignità specifica. Il turista non viene più per caso; viene perché la nostra offerta di patrimonio, eventi ed eccellenze è diventata “competitiva” su un mercato che cerca ossigeno lontano dalla folla dei grandi centri.
Il dato di Palazzo dei Priori porta con sé una verità scomoda per i disfattisti: il turismo, a Viterbo, sta generando economia reale. Non parliamo più solo di cartoline, ma di posti di lavoro, di una ricettività che si è dovuta professionalizzare in fretta, di un commercio che – tra luci e ombre – ha trovato nelle presenze internazionali una boccata d’ossigeno vitale. Una città che attira è, per definizione, una città che si mette in moto.
Ma attenzione a non cadere nell’autocelebrazione da brochure. Dire che Viterbo è una città turistica non significa dire che è una città perfetta per il turismo. Il percorso da fare è ancora lungo, forse lunghissimo. Se i numeri sono quelli del primo della classe, la struttura risente ancora di lacune storiche. L’accoglienza non può essere improvvisata. La promozione ha bisogno di una strategia che superi la singola manifestazione e si faccia sistema tutto l’anno. E, soprattutto, c’è il nodo cruciale dello storytelling: Viterbo deve smettere di essere raccontata come un museo a cielo aperto e iniziare a proporsi come un’esperienza. La sfida del prossimo triennio non sarà più quella di “portare gente”, ma di gestire i flussi, alzare il livello dei servizi e fare in modo che chi arriva oggi torni domani.
I numeri del 29,2% ci dicono che il terreno è fertile. Ora, però, bisogna saper seminare bene, perché l’onda dell’ overtourism altrui non durerà in eterno. E quando il mercato si stabilizzerà, a restare in piedi saranno solo quelli che avranno saputo trasformare un numero statistico in una vocazione reale. Viterbo ha iniziato a correre, ma la maratona è appena cominciata.

















