

VITERBO – Che la candidatura di Viterbo a Capitale Europea della Cultura serva almeno ad aprire, per la prima volta nella sua storia, un ragionamento vero sulla città e aiuti a comprendere le potenzialità che l’arte e la cultura possono liberare alla causa della città turistica.
Se c’è un elemento che manca completamente al capoluogo della Tuscia è l’arte contemporanea. Basta farsi un giro nelle vicine città umbre “minori” come Foligno e Spoleto per averne chiara la percezione. Negli anni c’è chi ha tentato di sensibilizzare sull’argomento. Pensiamo a Cantieri d’Arte di Arci, con il lavoro portato avanti a ogni edizione, ma anche a Quartieri dell’Arte che oltre al teatro ha realizzato performance artistiche. L’unico intervento di arte contemporanea presente in città è a oggi quello di via Pietra di Pesce, realizzato proprio una decina d’anni fa in occasione del festival diretto da Gianmaria Cervo. Si tratta di Marte (Gaza), un’installazione pittorica site specific realizzata dall’artista romano Mauro Magni.
Ma che il tema non solo fosse ignorato ma addirittura proprio non compreso ce lo testimonia l’esperienza di ‘Adieu’ agli Alemanni. Pochi viterbesi sanno che l’ex chiesa fu oggetto di una serie di interventi di artisti di primissimo livello mondiale come Sol LeWitt e Daniel Buren sulla fine degli anni Novanta. Poi chi amministrava la città all’epoca decise di distruggere quelle opere donate da questi grandi artisti.
Pensare che nella vicina Spoleto Sol LeWitt ha realizzato un’opera simile a quella che aveva regalato a Viterbo ed è diventata il cuore del museo d’arte contemporanea di Palazzo Collicola. Ogni giorno, soprattutto nei fine settimana, molti appassionati d’arte arrivano a Spoleto prima per vedere la stanza a bande colorate di Sol LeWitt e poi per mangiare il prosciutto di Norcia. Incredibile ma vero.
Proprio da quella ferita inferta alla città con la distruzione di quel primo intervento di arte contemporanea, dal valore di qualche milione di euro, bisognerebbe fare ripartire un ragionamento serio sull’arte contemporanea a Viterbo. Qualcosa, negli anni, hanno cercato di fare alcune gallerie: dalla storica Miralli ad altre più recenti.
La verità è che tutto quello che è nato non è mai stato sostenuto, come accade in altri luoghi, dalle casse comunali e che Palazzo dei Priori non ha mai riflettuto sull’importanza dell’arte come strumento per la crescita del territorio. Piuttosto è intervenuto in maniera degna dei talebani quando “il mercato” ha portato qualcosa in città. Come appunto sulla vicenda Almadiani, dove al posto dei cannoni usati contro i Buddha afghani si è andati giù a colpi di pennello.
Il risultato di questa mancanza di consapevolezza? Che mentre le umbre Spoleto e Foligno, ma anche tante della Toscana, hanno “utilizzato” l’arte contemporanea per migliorare la loro attrattività Viterbo è rimasta al palo. L’arte contemporanea è stata nel tempo utilizzata per segnare anche la toponomastica e fornire punti di orientamento bene evidenti nella scoperta dei centri storici e in alcuni casi anche delle periferie. E’ diventata uno strumento di incontro e confronto, di attivazione di dialogo.
Oltre a questo livello “monumentale” sarebbero opportuni investimenti a sostegno di spazi espositivi e di incontro per gli artisti. La tanta volumetria pubblica che Palazzo dei Priori sta recuperando al degrado grazie ai progetti sui fondi PNRR, che obiettivamente è destinata a cambiare il volto della città, potrebbe almeno in parte essere impiegata come leva pubblica per incentivare un discorso sull’arte contemporanea locale.
Spulciando i bilanci di Palazzo dei Priori degli ultimi cinquanta anni non sarà difficile riscontrare che è stato investito zero in un linguaggio fondamentale, anche per contrastare il degrado e aumentare la bellezza, quale è l’arte contemporanea. Zero in opere, zero in spazi espositivi, zero nel sostegno e stimolo dell’attività artistica sul territorio. Eppure qualcuno che aveva idea dell’importanza c’è stato, la ferita degli Almadiani (che a ben guardare sarebbe anche un bel danno erariale) dimostra però il livello di ignoranza della classe politica locale che sarebbe il caso di superare per segnare un nuovo periodo.
Viste da qui le città “minori” umbre sembrano Londra. E così se di Spoleto abbiamo già detto, vogliamo anche dire di Foligno. Del suo museo di arte contemporanea, il Ciak, e dell’arte di De Dominicis che sa richiamare curiosi e appassionati.




















