
IL PUNTO DI VISTA – Si torna a parlare di sicurezza a Viterbo. Problema serio, perché si connette, oltre che alla qualità della vita dei viterbesi, all’accoglienza turistica. E il turismo è il principale motore di sviluppo della Città.
Nel 2011, sotto la direzione del sottoscritto, fu avviato un progetto di ricerca del Dipartimento di Sociologia e Comunicazione della Sapienza sulla percezione della sicurezza a Viterbo, con la collaborazione dell’Amministrazione Comunale guidata dall’allora sindaco Giulio Marini. L’indagine fu condotta soprattutto tra i giovani, in particolare i ragazzi tra i 14 e i 18 anni, e fra i risultati occorre ricordare a) il bisogno di
sicurezza diffuso tra i ragazzi d’allora; b) l’idea che la sicurezza non riguardi solo l’ordine pubblico ma tanti altri aspetti del vivere quotidiano nella Città. L’indagine, i cui risultati furono anche pubblicati nel volume Sociologia della sicurezza urbana. Il Progetto “Viterbo città sicura e sodale”, editore Bonanno, 2012, portò poi all’apertura, sul sito del Comune, di uno sportello denominato proprio “Viterbo città sicura e sodale”, che doveva servire a raccogliere le segnalazioni, le richieste e gli allarmi dei cittadini e porsi come riferimento per le conseguenti azioni amministrative.
Quello sportello non ha mai funzionato, probabilmente per tre motivi: non fu adeguatamente pubblicizzato tra la popolazione, neppure dai media locali; non c’era un’abitudine diffusa tra i cittadini a dialogare con il Comune attraverso internet; sopraggiunse poco dopo la possibilità di creare una “vigilanza di vicinato”, seppur tra mille dibattiti e mille dubbi, tant’è che ancor oggi di fatto stenta a istituzionalizzarsi.
Il problema vero, quando si parla di sicurezza, è costituito dall’interpretazione riduttiva del concetto. Se si dà un’occhiata alle politiche della sicurezza messe in atto dalle istituzioni locali, si vedrà che sono tutte orientate al controllo dell’ordine pubblico in termini tradizionali: lotta al vandalismo, al teppismo, alla criminalità individuale e di gruppo. Tant’è che anche i provvedimenti recenti dell’Amministrazione Frontini,
ancorché lodevoli, vanno prevalentemente in questa direzione, cioè verso le persone devianti, collegandosi a quell’ attività di controllo e di repressione del crimine da parte delle forze di polizia che, nelle loro varie declinazioni, sono vocate a tale funzione.
Dunque la sicurezza, intesa sia in termini di safety (tutela dell’integrità fisica) che di security (tutela della qualità della vita dei cittadini in senso più ampio) finisce per condurre quasi esclusivamente ad operazioni di controllo e di divieto. Ma è sufficiente? Il cittadino che passeggia per la città va tutelato solo nei confronti del ladro, del rapinatore, del violento, el maniaco, dell’ubriacone, dell’imbroglione, di chi importuna la gente, e magari persino dello sporcaccione che ne fa di ogni tra le vie e i vicoli della città?
La lezione che proviene dalle interviste che furono fatte ai giovani teenagers della Città una dozzina di anni fa è che ci sono anche altre minacce alle quali le istituzioni debbono rivolgere la loro attenzione, con la stessa cura dedicata al crimine. Perché sono minacce che nuocciono altrettanto gravemente, e addirittura più spesso; perché possono manifestarsi ovunque. Perché anch’esse minano non solo il senso complessivo di sicurezza delle persone (la security appunto), ma anche la loro integrità fisica (come si diceva, la safety).
Talmente gravi sono queste minacce, che andrebbero affrontate con la massima priorità, e anch’esse in tandem tra enti locali e forze di polizia. Quali? Lasciamolo dire agli intervistati, perché hanno risposto esattamente come le propongono oggi le teorie più avanzate della scienza sociale: barriere architettoniche, traffico, igiene e servizi pubblici.
Le barriere architettoniche costringono i portatori di disabilità – ma anche altri cittadini “deboli”, come gli anziani, i genitori con carrozzini vari, ecc. – ad arrischiarsi al di fuori delle aree protette e attrezzate, con possibili gravi conseguenze. Il rischio, in tal caso, è molto maggiore che non quello di incontrare un teppista o un criminale…
Il traffico automobilistico è tradizionalmente portatore di rischi e di pericoli, in termini di danni a pedoni e di incidenti vari, spesso proprio all’interno della città. La mancanza di visibilità della segnaletica orizzontale e verticale, soprattutto “zebre” e avvisi di stop, costituisce ad esempio un pericolo gravissimo che si manifesta continuamente in città. L’intervento di manutenzione in tal caso dovrebbe essere continuo.
Lo stesso vale per il fondo dissestato delle strade, altro fattore di rischio per chi si muove a quattro e, soprattutto, a due ruote. Come si prendono provvedimenti immediati nei confronti di un criminale o di un deviante che si esibisce per le strade della città, con altrettanta attenzione e sollecitudine e capacità di intervento si dovrebbe operare nel salvaguardare il pedone e l’auto/motociclista. In tal caso, l’intervento è demandato sia al Comune, per gli interventi strutturali e di manutenzione necessari, sia alle Forze dell’Ordine per i controlli di loro spettanza, possibilmente con un’organica strategia comune.
Ancora: una scarsa cura igienica dei luoghi di frequentazione pubblica come parchi, giardini, marciapiedi favorisce l’insorgere di ulteriori minacce per l’incolumità fisica e la salute dei cittadini. In questo caso, sono direttamente chiamate in causa le politiche amministrative dell’Ente locale.
Queste notazioni, che peraltro si ritrovano sia in testi scientifici sull’argomento che nei proclami politici di molti amministratori pubblici, si trovavano già quattordici anni fa come raccomandazioni e richieste nelle risposte dei teenagers viterbesi sulla sicurezza in città. E’ un peccato che poco o nulla in tutti questi anni si sia fatto al riguardo e ancora oggi se ne discuta come un programma soggettivamente sottoscrivibile o
meno, quando dovrebbe essere un obbligo istituzionale prioritario e ineludibile, e tanto meno differibile, visto che non si tratta di dare più o meno panem et circenses ai cittadini, ma di salvaguardare l’incolumità fisica e talvolta anche psichica di costoro.
La stessa vigilanza di vicinato andrebbe re-interpretata, non solo come segnalazioni riguardo all’ ordine pubblico nel quartiere, ma anche come avvisi urgenti su altre fonti di pericolo per la sicurezza del cittadino. Perché sia chiaro: stiamo parlando di bisogni elementari e fondamentali del cittadino, che esigono una priorità perfino rispetto alle intraprese economiche, sociali e culturali del Comune, dal momento che incidono direttamente sulla salute delle persone.
Mi disse un intervistato, uno studente di diciotto anni, per spiegare meglio le sue risposte (cito a memoria):”E’ più importante coprire le buche nelle strade e ridipingere le zebre sbiadite degli attraversamenti pedonali che far passare la Macchina di S. Rosa, perché con quelle si muore, senza la Macchina si sopravvive uguale”.
Forse esagerava nel paradosso, ma aveva compreso la vera natura del problema-sicurezza urbana. Tutto questo, peraltro, conferma un altro tema fondamentale della sociologia della sicurezza urbana: che il significato di sicurezza purtroppo non è oggettivo, ma è un prodotto soggettivo legato alle esperienze, alle aspettative, ai tempi. Così, nel gioco del dibattito politico, è facile che venga negato o reinterpretato a
piacimento. Con risultati che chiunque viterbese avrà potuto constatare negli anni (ripeto: negli anni, perché tutte le passate amministrazioni comunali ne sono state in qualche misura responsabili…).


















