
VITERBO – Arte questa sconosciuta, nel capoluogo della Tuscia sono cinquanta anni che non si investe il becco di un quattrino in maniera strutturale per sostenere la nascita di una scena di artisti contemporanei né nella diffusione, promozione ed educazione della popolazione a questo mondo che ha fatto la fortuna di città e ha contribuito alla riqualificazione urbana di molti centri e periferie in tantissime città dell’Occidente.
A oggi il capoluogo non ha uno spazio organizzato e funzionante per ospitare mostre di artisti. Non c’è un centesimo del bilancio comunale investito a sostegno dell’attività artistica. Nemmeno un euro è speso per coltivare nei giovani il talento e la capacità espressiva. Però c’è un grande lamentarsi del degrado sociale. Lamenti che non producono lo straccio di una reazione pensata e messa a terra. Viterbo città “non di arte” e di cultura verrebbe da sintetizzare.
C’è dello spontaneismo, abbandonato a se stesso, e lasciato senza supporti e mezzi. C’è qualche volenteroso che però non riesce ad andare da nessuna parte. Ci sono artisti viterbesi che scappano in altri luoghi per cercare uno spazio. Peccato, anzi peccato mortale.
Il tema è talmente lontano dalla mentalità e dalla visione delle cose dei politici che si sono dati il cambio, senza mai cambiare nulla, sulle poltrone di Palazzo dei Priori, che ancora oggi non c’è traccia di mezzo ragionamento alternativo. Sicuramente anche questa mancanza di visione e sensibilità sono all’origine di una certa povertà che caratterizza il centro storico e la città in generale.
Ma la città dei papi ha fatto, nel tempo, molto di più. Correva l’anno 1996 quando gli Almadiani sono stati interessati dall’azione di artisti di calibro internazionale. Sol Lewitt ha realizzato una sua opera all’interno della ex chiesa. Sul campanile era stata realizzata un’installazione di Daniel Buren, altro pezzo da novanta del panorama artistico contemporaneo. Tutto venne rimosso, intonacato, spazzato via dalla furia cieca e ignorante dei nani che hanno amministrato Palazzo dei Priori. Un’azione che risulta incommentabile a trenta anni quasi di distanza ma segno di una mentalità che si è mantenuta stabile e ha continuato a coltivare con il sale del nulla il deserto culturale cittadino.
Pensare a una candidatura della città a Capitale Europe della Cultura di fronte a una situazione generale del genere fa un po’ sorridere per l’inconsapevolezza e sfrontatezza dimostrata. Almeno che l’attuale amministrazione non voglia invertire l’atteggiamento e investire, ma lo vedremo solo in fase di approvazione del bilancio, sul fare di Viterbo una città d’arte. Servirebbe di base uno spazio dove realizzare mostre, ma che sia uno spazio serio. Servirebbe qualcuno che si occupi della progettazione delle iniziative. Servirebbero soldi per sostenere il funzionamento di laboratori per avvicinare all’arte i giovani. Eppure sulle politiche giovanili dei sodi nei decenni sono stati spesi. Non capiamo, perdonateci ma facciamo fatica, a capire in cosa siano stati spesi visto che non rimane nulla: né alla città né ai singoli. L’augurio è che il capoluogo possa battere un colpo nel segno della discontinuità e affronti il tema, almeno prima che arrivi a farlo (con il dovuto rispetto) Tessennano.


















