
di Francesco Mattioli
Viene un pochino da ridere – amaramente, s’intende – quando dai vari pulpiti si arringa la folla affinché sia tutelata la privacy, anzi – visto quanto è benedetta – la Privacy con la P maiuscola.
Abbiamo talmente timore del Grande Fratello (non quello che si agita sugli schermi televisivi, dove è tutto finto, ma quello descritto da George Orwell oltre settant’anni fa, dove tutto è pericolosamente possibile) che proteggiamo la nostra discrezione perfino a costo di pagarne le spese più salate.
Eh, sì: ci dimentichiamo la password e se non abbiamo la copia a portata di mano, sono guai; non vogliamo essere tracciati mentre passeggiamo per la via, ma poi ci lamentiamo se il nostro aggressore non è stato riconosciuto per mancanza di videosorveglianza; non siamo usciti con i documenti e, se del caso, diventiamo sconosciuti e forse persino dei millantatori; sottoscriviamo ad ogni piè sospinto pagine e pagine di clausole sulla privacy sia che acquistiamo un cellulare che un’automobile.
Pochi giorni fa l’Unione Europea ha raggiunto un accordo sull’uso dell’Intelligenza Artificiale che tutela dal riconoscimento facciale e delle emozioni da parte delle forze dell’ordine, a meno che non vi sia il via libera della magistratura, con evidenti intoppi per indagini e denunce.
Ma va bene così, oggi le minacce alla privacy sono molto pericolose, specie se si associano, più che alla nostra persona, al nostro conto in banca… L’altro giorno ho ricevuto una telefonata in cui mi si proponeva un nuovo contratto energetico perché con l’attuale gestore “pagavo troppo”. O quello bluffava, o la mia privacy era andata a farsi benedire; non lo saprò mai, gli ho chiuso il telefono in faccia.
Poi però accade che siamo noi stessi a “rivelarci” ad un nugolo di sconosciuti e di intrusi, quando esibiamo su instagram o su tik tok le nostre vacanze o, peggio, la nostra vita casalinga e il volto dei nostri figli minorenni, altrimenti tutelati dalla legge. Vabbé, siamo noi a farlo volontariamente… però, insomma, dai…
Ma non è questo il punto. Sembra normale che se tu parli con quattro amici al bar, ad una cena o ad un incontro privato tra colleghi, ci sia qualcuno di loro che sotto sotto ti registra? E non solo, ma che si affretti a pubblicare e a diffondere al colto e all’inclita la registrazione integrale?
Quei politici che si ritrovano davanti a una pizza e, appunto davanti a una pizza si abbandonano alle loro iperboli, alle loro confidenze, a quattro parole che gli passano per la testa in quel momento, hanno diritto di veder rispettata la loro privacy, visto che non parlano ad un pubblico, ma a dei conoscenti in privato?
Quali intricati disegni portano uno di costoro a registrare tutto quel che si dice tra una fetta di prosciutto e una forchettata di pasta, magari persino con il boccone in bocca, manco fosse un Giuda, un Gano o uno Iago improvvisato? Quale valore la magistratura può assegnare a quel che si dice in privato, sol perché qualcuno l’ha registrato, magari tra una risata, un rutto e una iperbole verbale dettata dai fumi di un buon
vino? Quanti, in tante riunioni segrete – pardon, riservate – di partito, di azienda, di lavoro, di scuola, di famiglia, di parrocchia, e persino nei corridoi dei tribunali hanno detto cose che in pubblico e in ossequio alla diplomazia mai si sognerebbero di pronunciare?
A proposito di parrocchie. Il papa, che quando non parla ex cathedra è uomo e basta, e riunendosi con i suoi fedeli (fedeli?) collaboratori può anche concedersi a qualche escursione nel trash come tutti gli esseri umani di questo mondo, è stato tacciato di usare termini per così dire poco politicamente corretti. Anche qui, la privacy è andata a farsi benedire (eh, già…), perché qualcuno dei presenti ha pensato bene di
registrare le parole del suo capo (magari per fissarsele bene in mente a casa), ma poi ha colto l’occasione irripetibile per una sublime escursione nel mondo dorato dell’informazione e ha divulgato tutto, ma proprio tutto.
Facendo il paio con il cardinale argentino che pochi giorni prima aveva definito, stavolta pubblicamente ma direi anche giustamente nella sostanza se non nella forma, “cazzate” certe escursioni teologiche di strada. Immagino già la gioia dei cristiani più conservatori e sanfedisti, che hanno colto in fallo un papa e un cardinale progressisti.
Per non parlare dei cosiddetti “fuori onda” radiotelevisivi. Che spesso sono perfino programmati, cercati, ben organizzati e guidati da un provocatore che lascia dietro di sé una sfilza di trappole affinché il malcapitato personaggio si senta per un istante libero di dare sfogo al suo personale “politicamente scorretto”. Che questa sia una mancanza di rispetto per l’ospite, che invece di cancellare la registrazione
venga ben custodita e sventolata alla bisogna, stride davanti a tanti peana dedicati alla riservatezza personale.
Ecco quindi dove va a finire la privacy… “Noi ci diciamo cose orrende in riunione, ma non ci siamo mai registrati” dice una nota politica locale, di opposizione, che sol per questa sua candida ammissione meriterebbe una medaglia. “Il papa certe cose non le deve neppure pensare” mi ha sentenziato un vecchio sacerdote, dimenticandosi che il papa è un uomo, e delle due l’una: o parla sempre per volontà divina, oppure talvolta parla solo da figlio di Adamo. In ambedue i casi, è un po’ difficile impedirgli di parlare, specie in privato…
“Cogliere l’ospite in fallo, è il bello della diretta… fa audience; e poi, lui firma una liberatoria e quindi… “ si giustificava un uomo RAI. Altro che fuori onda: dentro, ben dentro l’onda…
Concludo: che si facciano riunioni di partito, gozzoviglie in pizzeria o cene natalizie fra parenti, consiglio a chiunque di invitare i presenti a mettere i loro cellulari, spenti, in un piatto ben in vista. A scanso di sorprese per la privacy…
P.S.: l’ho messa sul leggero; se volete, lo rispiego in termini seriosamente sociologici.


















