

VITERBO – Avvicinandomi nella giornata del 2 giugno alle attività commerciali della nuova zona commerciale di San Lazzaro a Viterbo, notavo un imponente affollamento di clienti al ristorante di Sushi che ha recentemente aperto e quindi mi sono chiesto se che la geografia non si disegni più solo con le strade e le piazze storiche, ma anche con i nuovi ristoranti sushi che spuntano come funghi.
Sì, perché mentre la giunta in carica sembra aver fatto della pista ciclabile la sua crociata della vita, noi cittadini ci ritroviamo a contare i ristoranti orientali più che le biciclette. In una città che non brilla certo per una morfologia pianeggiante nè per tradizione padana di mobilità su due ruote, dove ho avvistato al massimo dieci biciclette in 35 anni (e non parliamo di ciclisti sportivi o professionisti), ci si chiede se non sia il caso di riconsiderare le priorità.
C’è chi conta le gelaterie, chi i bar storici, i ristoranti in gara visitati da famosi chef stellati, e chi, purtroppo, le vetrine chiuse in centro. Ma ora, la vera mappa di Viterbo si aggiorna in base ai cordoli gialli e “ironia cromatica” dei punti sushi: vetrine luminose, lampade di carta e menù che mescolano nigiri, involtini e interpretazioni creative della cucina orientale. La scena è plastificata, economica e sorprendentemente onnipresente. Angoli di città, centri storici e persino il sottoscala di un palazzo signorile ospitano vassoi di riso e salsa di soia a prezzi talvolta più abbordabili di una porzione di pasta al pomodoro nostrano.
Ironia a parte, è bello vedere che l’Italia rimanga anche curiosa. Assaporare culture diverse amplia il palato e la mente; e, diciamolo, la contaminazione culinaria è parte anche di una positiva modernità. Tuttavia, non bisogna perdere il senso della misura. Siamo in un territorio che vanta una delle cucine più varie e rinomate del pianeta, frutto di secoli di tradizioni regionali, prodotti d’eccellenza e saperi condivisi. Un patrimonio (UNESCO) gastronomico che merita rispetto (e un buon condimento).
Quindi, tra un uramaki reinterpretato e un trancio di tonno al vapore, continuiamo a celebrare la nostra tavola. Non perché sia migliore per definizione, ma perché è radicata, riconosciuta e, per molti, insostituibile, ma anche perchè traina, o dovrebbe, l’economia locale e le sue non poche eccellenze. E se il filetto di sushi di quartiere non convince, c’è sempre la nonna con il suo sugo che aspetta in cantina: patrimonio locale, sì, ma che di recente trova anche spazio nei riflettori internazionali e nelle trasmissioni patinate.
Mangiamo, esploriamo e ridiamo: il gusto non ha confini, ma ogni tanto è bello ricordare e valorizzare non a parole da dove veniamo.
Firmato per l’occasione, Felice (poco) Sushi Ammocca alias P.O.

















