
IL PUNTO DI VISTA – Allora, cara Viterbo, che cosa vuoi fare da grande? Prima o poi, i genitori chiedono al figlio/figlia: “Che cosa vuoi fare da grande?”. Se la domanda è prematura, si beccano due possibili risposte: “ Boh”, oppure “L’astronauta”, comunque poco attendibili. Ma quando si tratta di scegliere il corso delle scuole superiori, allora si viene a delineare già una certa direzione, un itinerario formativo e si possono intravedere sia la strada che la meta.
Così, il figliolo/la figliola cominciano ad essere più precisi e selettivi; c’é chi dichiara di voler fare il/la cantante, l’attore/l’attrice, ma anche chi
pensa di fare il/la ragioniere/a, il/la geometra, l’informatico/a, il meccanico, l’idraulico, il/la commesso/a, il/la commercialista, il medico, l’insegnante, il ricercatore/ la ricercatrice, l’architetto/a, l’avvocato/a, lo/la psicologo/a, ecc. In ogni caso, quale che sia la strada, da soli o con l’aiuto sostantivo della famiglia, i pargoli cominciano a costruire il loro cursus honorum con un obbiettivo sempre più determinato, mettendo in atto e affinando le azioni giuste per conseguirlo.
E ciò che riusciranno a essere sul mercato del lavoro – un mercato difficile, con competitors agguerriti – lo deciderà il livello del loro sapere, e soprattutto la loro capacità di agire e di affermare se stessi. Tra parentesi – non approfondiamo in questa sede – oggi trovare lavoro per un giovane è molto difficile, anche a prescindere dalle sue intenzioni.
Lasciamo stare i figli. E veniamo a Viterbo; dove la vicepresidente della Regione Lazio si è spesa impegnandosi a che la Città sia nominata Capitale della cultura europea nel 2033. Viterbo come città, certo, ma soprattutto come comunità, con la propria identità socio-antropologica e storica all’interno di una società – e di un mercato – che ormai travalicano perfino i confini nazionali e si fanno globali.
Un mercato, peraltro, che oggi per numerosi motivi non risponde tanto a bisogni effettivi, quanto piuttosto a bisogni sapientemente e attivamente costruiti, spesso quasi dal nulla. Così, accade che la Bellissima Addormentata, visto che dorme, non se la pigli nessuno; mentre una ragazza di più modeste fattezze, che ben si trucca e meglio si muove e si esprime, diventa fascinosa agli occhi di tanti pretendenti
(scusate l’immagine un po’ sessista, ma se prendi come esempio le favole tradizionali il rischio di cadere nel tranello degli stereotipi di genere è dietro l’angolo).
Dunque. Chiediamo a Viterbo, come città, anzi come comunità: “Che cosa vuoi fare da grande?”. In realtà, Viterbo ha dato una risposta da oltre vent’anni, quando si capirono due cose: a) che i beni e le caratteristiche della Città le negavano uno sviluppo di natura industriale (insomma, per capirci: niente Pomezia e niente Prato); b) che il futuro dello sviluppo sostenibile in Italia camminava in buona misura
verso un terziario di qualità – turismo, cultura, tempo libero, agroalimentare, offerta termale – e che Viterbo era ricca di tali risorse.
La risposta di Viterbo fu, infatti: “Da grande voglio fare il polo turistico-culturale d’eccellenza”. Giusto. Il pargolo sembrava ben attrezzato al riguardo. Ma tra il dire e il fare, come ogni volta che si programma una carriera, ci sono: a) la bontà del “materiale” di partenza; b) le idee chiare; c) la creatività; d) il Progetto; e) il saper fare; f) gli ostacoli oggettivi; g) i competitori agguerriti; h) la necessità di avere un maestro, un pigmalione, uno sponsor, un esperto di vaglia accanto; i) la tigna, che è fondamentale; j) nel caso che il soggetto non sia un individuo, ma una collettività, occorre essere “tutti di un sentimento”, senza ostruzionismi, diffidenze, gelosie, e altre miserabili piccolezze, e con una chiara distribuzione, anche gerarchica, di ruoli.
Dopo di che, sia chiaro: vince chi è capace di vendere frigoriferi agli inuit. E in Italia, di abili venditori anche del poco e del mediocre, in campo turistico culturale ce ne sono a bizzeffe; il lettore smaliziato saprà cogliere qualche esempio – non è carino essere troppo espliciti… – scendendo dalla Valpadana, passando per l’Italia centrale, fino alla suola dello Stivale…
Proviamo allora a far vedere, al pargolo Viterbo che vuole fare carriera, ciò che c’é tra il dire e il fare, di condizioni “sine qua non”, esplicitando il precedente elenco: a) Ci devono essere gli elementi per immaginare ed eseguire un Progetto turistico-culturale; quando provi a vendere frigoriferi agli inuit, i frigoriferi ci devono essere…; e Viterbo il materiale per una narrazione altamente attrattiva ce l’ha: il centro storico altomedievale, le mura, le leggende, i papi e il Conclave, la Macchina di S. Rosa, la ceramica, gli etruschi, il territorio, le terme, i laghi, i boschi,
le ville storiche, i borghi, la produzione agroalimentare di qualità, ecc. b) Conseguentemente, occorre avere le idee chiare su cosa si voglia fare, e come, cioè con quali mezzi e quali strategie. c) La creatività è fondamentale, perché occorre “distinguersi” senza creare doppioni; il doppione può essere apprezzabile, ma ti fa dividere la torta almeno in due. Se sei creativo e fai una cosa “nuova”, chi ti vede, vede solo te.
d) Il Progetto dunque deve essere adeguato agli scopi e alle esigenze del mercato, deve contenere una “narrazione”, una comunicazione persuasiva e stimolante costruita per conseguire degli obiettivi, soddisfare delle aspettative, muovere curiosità e attenzione, perfino per creare ex novo dei bisogni. e) Il saper fare in questi casi non nasce solo da una brillante intuizione, ma dal saperla mettere in pratica su un piano professionale; oggi, il mondo degli improvvisatori e degli orecchianti lo lasciamo volentieri ai social, ma sul piano concreto se non sai fare, fai male. Quindi la competenza reale, il peso specifico di esperti “veri” è dirimente. f) Gli ostacoli oggettivi al momento per Viterbo sono due: Roma, che inevitabilmente si prende tutto e ti dà le briciole; e le infrastrutture di collegamento, che funzionano solo su gomma, mentre su ferro sono antidiluviane e hanno impedito l’avvio di un vero aeroporto. Ecco perché il Progetto deve essere ”speciale”, in grado di sovrapporsi a Roma e di minimizzare gli ostacoli infrastrutturali. Ce ne sarebbe un altro, di ostacolo oggettivo: la mentalità ancora inadeguata dei viterbesi. Ma lasciamo stare, era una litania che si ripeteva decenni fa e che spero oggi, con la globalizzazione, si sia dileguata (uhm…).
g) I competitori in Italia – città, paesi – sono tanti perché l’Italia è la patria della cultura, è uno dei primi cinque paesi al mondo per flussi turistici, e la creatività alligna non solo nei salotti che contano ma anche nei vicoli dei villaggi più pittoreschi. Quindi, come si dice, devi saper “spaccare”. h) Senza un protettore, un mammasantissima politico, culturale, commerciale di vaglia, non vai da nessuna parte. Il protettore apre le strade, rallenta i competitori, determina le graduatorie, le priorità, tira dalla parte giusta, raccoglie attenzione e consenso. Se non si ricorre ai politici, allora a scatenare una serie di contraccolpi positivi possono essere un Marriott a cinque stelle a Viterbo, un
danaroso investitore innamorato e di larghe vedute, oppure un opinion leader e influencer autorevole, con grande seguito, capace di fare fatti, non solo chiacchiere (come è accaduto purtroppo con qualche discusso e discutibile personaggio, sopravvalutato, a Viterbo e dintorni…), i) Senza la determinazione, l’insistenza, l’impegno, la continuità, cioè la tigna, il Progetto – che ha bisogno di tempo – non può realizzarsi. j) Se a Viterbo qualcuno pensa di remare contro perché non vuole concedere vantaggi all’avversario politico, sociale, intellettuale o accademico, allora ritiriamoci in buon ordine e facciamo politica culturale di piccolo cabotaggio. Una grande impresa è di tutti o di nessuno.
Viterbo capitale europea della cultura? Mah, speriamo… Vi sono strane variabili che fanno vincere una candidata rispetto alle altre. Attenzione: Matera c’è riuscita non tanto per i Sassi, per De Martino, Pasolini o Mel Gibson; c’è riuscita perché era politicamente corretto cercare una Capitale europea della cultura al Sud. Dunque non si tratta di fregiarsi di titoli. Non è questo il punto. Come si può emergere nel mondo del lavoro con una laurea sola ma ben spesa, senza sventolarne necessariamente tre o quattro (spesso sovrapponibili e ridondanti, come le medaglie di certi generali), così nel mercato turistico culturale che conta si può vincere se si ha una strategia valida anche a prescindere dai concorsi a premi.
Insomma, per citare Sestilio, un vecchio contadino saggio della Tuscia: “L’olio l’avemo prodotto e è bono: mò che ce volemo fa?”. NB: La permanenza media del turista a Viterbo è di 1,6 notti, con un lieve incremento rispetto al 2024; come è aumentata la presenza turistica generale, di circa il 17%. Viterbo tuttavia non è considerata meta residenziale privilegiata, ma escursionistica. Ciò significa che il turista residenziale si ferma nella bassa Toscana, in Umbria (specie a Orvieto), semmai a Bolsena, d’estate sulla costa tirrenica, oppure proviene da Roma, creando prevalentemente una visita mordi e fuggi della durata di un giorno.
Occorre invertire il trend, facendo di Viterbo la base di riferimento per le escursioni ai laghi, all’area archeologica tirrenica, alla stessa Orvieto, persino a Roma, e per il trekking nel territorio. Un’ ipotesi è quella di una permanenza termale prolungata, un’altra quella di una residenzialità alberghiera diffusa e facilitata, un’altra ancora quella della residenzialità di qualità accompagnata da servizi turistico-culturali di pregio, infine la produzione di una narrazione “speciale”, legata alle tendenze del mercato cognitivo e comportamentale e in grado di distinguersi nel vasto panorama dell’offerta nazionale e internazionale di riferimento. Senza contare che, se vuoi accogliere degli ospiti, sarà opportuno che tu ti
abitui a dar di scopa e di straccio, mantenendo a lustro almeno l’ingresso, il salotto e il bagno di casa…

















