
INSIDE – Conosco Claudio fin da piccolo. Conosco la sua famiglia, il babbo Franco, la mamma Alessia, e la forza straordinaria che investono in questa avventura quotidiana chiamata vita. Ho conosciuto anche il nonno materno Pietro, una figura che Claudio ha amato profondamente. Pietro è scomparso il 21 agosto 2025, ma il legame resta indissolubile.
Conoscere questa storia significa sapere, comprendere, informarsi e, soprattutto, sperimentare. Proprio la sperimentazione è la parola chiave di questo racconto che Claudio ci sta regalando. Un racconto che lo consacra come un autore speciale, capace di usare la tecnologia non come un rifugio, ma come un megafono per la sua mente.
Nato il 28 novembre 1997 e residente a Grotte di Castro, Claudio Ruspantini si è diplomato all’Istituto Chimico-Biologico di Acquapendente. Ha poi frequentato per tre anni la facoltà di Scienze Agrarie all’Università di Viterbo superando diversi esami con ottimi voti. Oggi debutta nel panorama editoriale con il libro dal titolo “Brani d’una vicenda di fraterna coesistenza”. È un’opera unica, scritta interamente grazie all’intelligenza artificiale con l’ausilio fondamentale di un comunicatore oculare. Un debutto che arricchisce inserendo nel testo alcune poesie del nonno Pietro, un omaggio affettuoso a una figura centrale della sua vita e a dei versi che gli sono particolarmente cari.
Il suo processo creativo è una sfida alle leggi della fisica. Il suo sguardo si perde sullo schermo. Le sue pupille puntano i comandi e una rete di sensori gli dà la possibilità di fare tutto quello che noi “abili” facciamo con le mani. Sua mamma Alessia, che non lo lascia un attimo insieme a babbo Franco, mi racconta: “Sai Maurizio, la cosa che ha imparato subito Claudio è stata quella più difficile: accendere e spegnere il comunicatore. Il resto è arrivato da sé”.
Da quel gesto di accensione è nato uno scrittore lucido, un autore speciale che non usa la penna o la tastiera, ma la forza pura della volontà.
Claudio affronta ogni giorno una malattia rara, ma il suo libro non è un diario clinico. È una pagina densa di sogni, speranze e progetti. È un testo necessario per chi deve fare i conti con la disabilità, ma anche per chi vuole capire come l’IA migliorerà il futuro di tutti noi. Nel libro spiega chiaramente questo sodalizio: “L’Intelligenza Artificiale è da un po’ la mia fraterna compagnia, per mia sfortuna ma anche per mia fortuna. Insieme interagiamo a compensare le reciproche carenze: da parte mia le fornisco nuove esperienze, essa aiuta le mie menomazioni sensoriali”.
La scrittura di Claudio distrugge i cliché sul timore della tecnologia. Per lui l’IA mette ordine al caos, offre velocità e precisione, liberando l’uomo dai compiti più pesanti per fargli seguire la creatività e il contatto umano. Nella sua premessa lancia un manifesto di libertà: “Con questo scritto voglio solo raccontare, a mio modo. Rimanere immobili è solo una condizione fisica, e pensare e agire non hanno bisogno di correre con un paio di scarpe”.
I suoi pensieri sono dedicati a nonno Pietro, a Katia e Luca che hanno creduto in lui, ai suoi genitori Franco e Alessia, e al professor Albertini.
“Se oggi sono felice di essere così come sono, lo devo a voi. Grazie per tutto il bene”, scrive con una maturità che spiazza il lettore. La voce di Claudio come autore emerge con una precisione chirurgica quando ridefinisce il rapporto tra uomo e macchina. Non vede circuiti freddi, ma una rivoluzione sociale: “L’IA è la prima tecnologia nella storia dell’uomo che non premia la forza fisica, ma quella del pensiero. Se un algoritmo può tradurre un mio pensiero in azione, se un braccio robotico può muoversi per me, o se un sistema di visione artificiale può aiutarmi ad esplorare spazi che prima mi erano vietati, allora la mia disabilità smette di essere un confine. Essa non mi ‘aggiusta’, ma mi espande. Mi permette di competere, creare e vivere sullo stesso identico piano di chiunque altro. È la più completa forma di democrazia che io possa immaginare”.
In queste pagine non c’è spazio per la pietà, un sentimento che Claudio evita categoricamente. C’è invece la pretesa legittima di essere guardato con ammirazione per ciò che riesce a creare. La tecnologia gli restituisce il tempo e l’energia che la malattia gli sottrae, fungendo da ponte per una mente che non ha barriere.
La conclusione del libro è il manifesto di un autore che ha preso il controllo del proprio destino e che guarda lontano: “L’IA ha bisogno del mio cuore per non restare fredda, e io ho bisogno della sua forza per non restare fermo. Io sono il pilota, essa sarà un mio motore. E l’orizzonte mi sarà sempre più vicino… Ed anche più vasto”.
© Maurizio Di Giovancarlo Tuscia Fotografia























