“Visto che lei non si dimette mi dimetto io”; così Serra a Michelini
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Queste le parole scelte per dare l'addio, oggi pomeriggio in pieno consiglio comunale, al ruolo di capogruppo del Partito Democratico al Comune di Viterbo. Poi un lungo e significativo discorso.

“Visto che lei non si dimette mi dimetto io”, così Francesco Serra a Leonardo Michelini. Queste le parole scelte per dare l’addio, oggi pomeriggio in pieno consiglio comunale, al ruolo di capogruppo del Partito Democratico al Comune di Viterbo.

E’ il momento più importante dell’intera giornata politica viterbese, quello annunciato dalla stampa già dalla mattina. Un’indiscrezione che si palesa alla riunione del gruppo dem delle 14 e che si tramuta realtà intorno alle 19 e qualche minuto.

E’ uno dei passaggi più interessanti di questa lunga crisi, che nei fatti non è finita. Fino a quel momento Serra ha seguito i lavori del consiglio: discussione sul da farsi riguardo al referendum sull’acqua pubblica e delibera sul mattatoio, in silenzio. Una maschera pesante la sua. Il volto è tese, fermo e sofferente. E’ tornato in consiglio con “i sette”, unico assente del gruppo Arduino Troili, dopo settantuno giorni di crisi.

L’atmosfera è pesante. Tutti ascoltano in silenzio. Il leader di quelli che sono stati chiamati “dissidenti” parla a braccio ma segue con gli occhi le righe impresse su un foglio. Un discorso scritto e riletto chissà quante volte, a conferma che si tratta di un passaggio tanto delicato quanto importante.

La voce è ferma. “Prima di noi sette altri tre consiglieri di maggioranza hanno passato il guado e preso le distanze dal sindaco e dalla maggioranza. Ci hanno chiamato in tutti i modi “killer del centrosinistra”, “nanetti rossi”, “serrapanunziani”. Nessuno ci ha chiamato per quello che siamo sempre stati: il gruppo del Pd.

Intervengo oggi per chiarire la nostra azione, l’azione dei sette psichiatrici; ci hanno chiamato anche così. I sette psichiatrici che hanno aperto questa crisi per chiedere l’attuazione del programma. Quel programma con cui abbiamo vinto le elezioni e che è noto a tutti. Abbiamo aperto la crisi perché sentivamo la necessità di un’inversione di tendenza sull’atteggiamento di chi governa la città. Sentivamo l’esigenza di un cambio di usi e costumi, di arnesi e strumenti. Abbiamo posto la richiesta in termini ultimativi, perché così funziona la politica. Chiedevamo al sindaco le dimissioni e venti giorni di tempo per ritrovare la strada, come prevede la legge.

Il sindaco ha usato invece un’altra strategia, ha messo in atto dei colpi di teatro. Ha drammatizzato la crisi con le sue sfide: andate dal notaio se avete coraggio. Non abbiamo potuto farlo. Andare dal notaio e far cadere l’amministrazione ci avrebbe scaricato addosso tutte le colpe e saremmo stati espulsi dal partito. Non abbiamo avuto il coraggio di farlo, davanti a un Pd titubante. Così la tattica del sindaco si è rivelata vincente”.

E’ un Serra che riconosce la sconfitta, ma che non depone le armi. Nel suo discorso non c’è una resa, ma la psicologia e il senso delle sue parole raccontano una dimensione molto più complessa. Incalza Michelini: “Il sindaco ha raccontato che questa crisi è colpa del Pd quando invece è una crisi amministrativa. Abbiamo davanti a noi un primo cittadino che si dichiara non politico e poi fa il presidente di Moderati e Riformisti”. Poi lancia un segnale renziano: “Viterbo non è né moderata né riformista. E’ una città che sente l’esigenza di cambiare verso e si poteva fare aggiustando il tiro. Ora siamo in consiglio stremati, ma non vinti né convinti fino in fondo che si possa andare avanti”.

Ecco quindi la strategia, il modo con cui i sette intendono stare nell’amministrazione: “Siamo qui in consiglio per valutare e votare le proposte che ci convinceranno. Come andranno a finire le cose dipenderà dal sindaco. Non abbiamo niente da dire sulla giunta, faccia lei sindaco. Ci permettiamo di consigliarle di semplificare ora e di non metterci più mano, come era stato detto nell’ultimo rimpasto salvo poi smentirsi il 17 dicembre scorso”.

Poi l’annuncio delle dimissioni: “Visto che lei non si dimette mi dimetto io. Leggetelo come un gesto di distensione. E’ sicuramente un gesto di coerenza, sperando che il prossimo capogruppo porti avanti più proficuamente il lavoro”.

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