

VITERBO – C’è un bollettino, quello dell’Istituto Superiore di Sanità, che in questi torridi giorni di agosto sta facendo il giro d’Italia con la puntualità di una sentenza. Sono 312, ad oggi, i casi accertati di West Nile Virus lungo lo stivale, con 13 vite spezzate da questa minuscola, ronzante minaccia. Un’epidemia che non fa notizia da prima pagina, forse perché troppo silenziosa, forse perché troppo democratica nel suo colpire – che sia a Chieti, con il suo primo caso umano, o nell’Oristanese, dove la conta è salita a 19.
Ma mentre il virus corre, estendendosi ormai in 60 province e 16 regioni, a Viterbo sembra regnare una forma di stoicismo che confina pericolosamente con l’incuria. La cronaca ci dice che la prevenzione – quella vera, fatta di larvicidi e monitoraggi – è l’unica arma efficace contro la Culex pipiens, la zanzara comune che, tra un tombino e un ristagno, trasforma le nostre sere in un azzardo. Eppure, nel capoluogo, il centro più importante della provincia, tutto tace.
Siamo diventati un Paese che attende la catastrofe per poterne discutere, una nazione di spettatori che guardano al bollettino ISS come si guarda il meteo, dimenticando che qui non si tratta di pioggia, ma di salute pubblica. Mentre i comuni d’Italia corrono ai ripari, attivano le bonifiche, cercano di chiudere la porta al vettore prima che sia troppo tardi, da noi si attende. Si attende che cosa? Che la zanzara scelga la vittima giusta? O forse si confida nella buona sorte, quella dea bendata che, si sa, ha sempre avuto poco a che fare con l’amministrazione della cosa pubblica.
Il rischio, sia chiaro, è democratico: sebbene nell’80% dei casi l’infezione passi inosservata, è nelle forme neuro-invasive che il dramma si consuma, colpendo soprattutto gli anziani e chi già porta sulle spalle il peso di altre patologie. Non è una fatalità, è una trascuratezza. Lasciare che le caditoie e i fossati diventino incubatrici di virus, in un’estate che non dà tregua, è un lusso che una città che si dice civile non può permettersi.
Sarebbe bastato poco: un protocollo, un po’ di solerzia, la consapevolezza che il ruolo di chi amministra non finisce con il taglio di un nastro, ma comincia con la tutela quotidiana di chi vive in questo territorio. Invece, nel Viterbese, la quasi totalità dei comuni guarda all’orizzonte come se la zanzara fosse un problema che riguarda solo “gli altri”. Ma il virus, si sa, non chiede la residenza. Ed è un peccato, perché a forza di stare a guardare, rischiamo di essere gli unici, tra pochi giorni, ad avere ancora qualcosa di cui pentirci.

















