
ISCHIA DI CASTRO – I carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Viterbo, al termine di una prolungata attività d’indagine hanno eseguito quattro ordinanze di custodia cautelare di sottoposizione agli arresti domiciliari nei confronti di una famiglia di imprenditori italiani di origine sarda stabilitasi da tempo ad Ischia di Castro: tutti i componenti, padre e madre di 75 e 70 anni e due figli di 49 e 38 anni, sono stati ritenuti tutti responsabili di sfruttamento del lavoro, nonché estorsione nei confronti dei familiari di un loro dipendente defunto. Contestualmente sono state poste sotto controllo giudiziario 5 imprese agricole, facenti parte di fatto di un’unica holding familiare. L’indagine, coordinata dal sostituto procuratore dr. Stefano D’Arma, ha avuto inizio a seguito della morte 7 giugno del 2019 di Petrit Ndreca, cittadino albanese di anni 44, rinvenuto cadavere in località Ponte san Pietro di Ischia di Castro, al confine con la Toscana. Ad allertare il 118 ed i Carabinieri della locale Stazione è stato il cognato del defunto, il quale ha fornito una versione falsa di quanto accaduto, asserendo che il parente era deceduto improvvisamente mentre erano diretti in macchina verso Pitigliano. La stranezza del racconto, il ritardo con cui sono stati chiamati i soccorsi, e l’anomala presenza sul posto di due noti imprenditori agricoli, giunti prima ancora dei soccorsi hanno insospettito i militari della Stazione di Ischia di Castro. Da ciò sono partite le indagini condotte dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei Carabinieri nei mesi successivi hanno permesso di ricostruire l’intera vicenda, grazie anche al paziente lavoro di riascolto di tutte le persone che a vario titolo erano informate sui fatti. I carabinieri e il dottor Siddi hanno potuto accertare un diverso svolgimento dei fatti e ricondurli al contesto dello sfruttamento della manodopera da parte dai datori di lavoro del quarantaquattrenne albanese. Anzitutto, gli investigatori hanno appurato che Petrit Ndreca era un bracciante agricolo privo di permesso di soggiorno che da due mesi, per 800 euro al mese, lavorava in nero per conto della famiglia sarda di Ischia di Castro, circostanza negata da tutte le persone coinvolte per timore delle ovvie conseguenze in azienda. Lo sventurato albanese, hanno ricostruito gli inquirenti, il pomeriggio del 7 giugno è morto a seguito di un improvviso malore mentre era nell’azienda agricola. I proprietari dell’azienda hanno contattato i familiari dell’albanese e un suo cognato, taglialegna residente a Manciano, è stato costretto, sembra, dietro minacce, a caricare sulla sua macchina il corpo senza vita del Petrit Ndreca, avvolto in una coperta, e a portarlo via lontano dall’azienda. A condurre il mezzo di trasporto sono i due figli del titolare dell’azienda oggi arrestati, poiché il cognato del deceduto era troppo scosso per guidare la sua autovettura; giunti quasi al confine con la Toscana ormai alle otto di sera fanno chiamare il 118 a quest’ultimo. Nei mesi successivi i familiari del deceduto, ascoltati dai carabinieri del Nucleo Investigativo, e vinta la paura delle ritorsioni paventate data la fama di gente violenta di cui gode la famiglia sarda, oltre a raccontare la verità sulla morte del loro congiunto, hanno sottolineato come il corpo esanime del defunto sia stata trattato “come quello di una pecora”, poiché l’unica cosa che importava agli arrestati era che non fosse trovato morto nella loro azienda, per timore delle relative conseguenze. Le indagini sono concentrate nello stabilire quando esattamente Petrit Ndreca sia spirato, se addirittura fosse ancora vivo quando è stato portato nel luogo da dove sono stati allertati i soccorsi, poiché è forte il sospetto che, oltre al malore, a cagionare la sua morte possa essere stata l’assenza di cure adeguate ed immediate. La posizione del “capofamiglia” sardo è inoltre risultata più grave: i Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro, che in più di un’occasione hanno svolto accurate ispezioni sul posto, hanno appurato altre gravissime irregolarità nei rapporti di lavoro con i dipendenti, costretti a svolgere pesanti mansioni da bracciante in gravosi lavori agricoli e di allevamento di ovini dietro compensi miseri, lavorando in pessime condizioni. È stato accertato infatti che oltre a Ndreca altri 17 loro dipendenti, assunti in diversi periodi negli ultimi due anni (e che hanno collaborato solo perché hanno interrotto il loro rapporto lavorativo con gli indagati), venivano impiegati in turni massacranti dalle 9 alle 17 ore giornaliere, dall’alba al tramonto con solo un’ora e mezza di pausa pranzo, dietro il compenso di appena 1,16 euro per ogni ora di lavoro prestata a fronte degli 8 previsti dal contratto nazionale; una sola eccezione, l’unico operaio italiano di origine sarda, che invece riceveva un compenso di 4 euro per ogni ora lavorativa.


















