
Nei consultori del Lazio l’obiezione di coscienza non è più prevista. A stabilirlo è stato ieri il tribunale amministrativo regionale, che ha bocciato il ricorso presentato dai movimenti e dalle associazioni per la vita contro il decreto del Commissario ad acta sulla riorganizzazione delle attività dei consultori nella nostra regione. Soddisfazione da parte del presidente Zingaretti, che dai social network acclama il lavoro della sua amministrazione.
“Qualcuno era contro la nostra decisione di ricostruire la rete dei consultori, ma il Tar del Lazio conferma la nostra posizione. Dopo anni di tagli e ambiguità il Lazio è nella direzione giusta per tutelare la salute delle donne”. Scrive sulla sua pagina facebook Zingaretti. “Siamo soddisfatti della sentenza che ha ritenuto infondati nel merito i ricorsi presentati. Il Tar si era già espresso nel 2014 contro la richiesta di sospensiva dei ricorrenti e ora, con un giudizio nel merito, vede accolta in pieno la posizione assunta dalla Regione Lazio”.
Con questa sentenza il Tar ha stabilito due concetti importantissimi, che con tutta probabilità si ripercuoteranno a livello nazionale. Da una parte, infatti, si chiarisce che le “pillole del giorno dopo” non sono farmaci abortivi, ma semplicemente contraccettivi, come stabilito dai dati scientifici dell’agenzia italiana del farmaco e dall’Ema, l’omologa europea.
Dall’altra, invece, si chiarisce il concetto di “obiezione di coscienza” da parte dei medici. Nella delibera, infatti, viene affermato che l’obiezione di coscienza riguarda l’attività degli operatori impegnati esclusivamente nel trattamento dell’interruzione volontaria di gravidanza. Il personale dei consultori, però, non è coinvolto direttamente in questa attività, ma ha il solo scopo di certificare lo stato di gravidanza – attestazione necessaria per l’interruzione volontaria di gravidanza – che è semplicemente uno stato di salute, indipendente dall’aborto.
Mentre Zingaretti festeggia la vittoria, però, i movimenti per la vita non sotterrano l’ascia di guerra e promettono ricorsi al Consiglio di Stato.

















