

VITERBO – Qualcuno, lassù tra le nebbie del Palazzo, si era illuso che per “ripulire” Viale Trento bastasse il solito, stantio catalogo della repressione: transenne, pattuglie che incrociano lo sguardo, il riflesso metallico di qualche divisa che, anziché risolvere i problemi, si limita a spostarli di isolato in isolato. Come se il decoro urbano fosse una faccenda di ordine pubblico e non, come l’esperienza insegna a chi ha occhi per vedere, una questione di civiltà e di frequentazione.
Quando su queste colonne abbiamo lanciato l’idea di fare di Viale Trento una “street della cultura”, ci aspettavamo, lo confesso, un certo scetticismo. E invece la risposta – o meglio, il diluvio – è arrivata. In redazione, tra carte stropicciate e caffè ormai freddi, ci sono piovute email e messaggi che hanno il sapore della liberazione. I viterbesi, quelli che la città la vivono e non la recitano soltanto nei salotti, hanno capito al volo: il degrado si combatte con la luce, non con l’oscuramento.
Bisogna avere il coraggio di dire basta alla narrazione della “zona off-limits”. È il solito vizio italico, o meglio, nostrano: quando un angolo di città soffre, la soluzione è il cordone sanitario, il deserto dei Tartari fatto di divieti. Ma le città, piaccia o meno, non sono caserme. Sono organismi vivi che, se lasciati a se stessi o, peggio, militarizzati, avvizziscono.
L’idea di inondare Viale Trento di librerie, di gallerie, di vita, di gente che va a teatro o a sentire un concerto, non è un esercizio di stile per anime belle. È una strategia di guerra, ma di quelle intelligenti. Quando porti la cultura in un posto, quel posto si riappropria di sé. L’ossigeno scaccia il miasma. Non c’è bisogno di stivali lucidi che battono il selciato, ma di passi di cittadini che si riprendono le proprie strade.
Le cose, se si inverte il segno della narrazione, tendono a sistemarsi da sole. La criminalità, la piccola delinquenza, il senso di abbandono, davanti a un viale pulsante di attività, si sentono fuori posto. Si sentono, per usare un termine che oggi va di moda ma che qui assume un significato reale, “anacronistici”.
La città è di chi la frequenta, di chi la pensa, di chi la vuole bella. E Viale Trento, a giudicare dalle voci che ci arrivano, ha già deciso di voler voltare pagina. Senza bisogno di guardie, ma con la forza contagiosa di una cultura che, finalmente, scende in strada. La città ha parlato. Ora vedremo se chi la amministra avrà la lungimiranza di ascoltare.

















